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domenica 26 maggio 2013

Immigrazione e mondialismo


Gli ultimi episodi di cronaca verificatisi in Italia portano ancora una volta alla ribalta l’immigrazione di massa come un problema di stretta attualità con le interpretazioni che di questo problema vengono fornite dalle varie forze politiche, dai media e dagli ambienti culturali più influenti.
Una cultura predominante vorrebbe l’accoglienza a tutti costi delle masse di diseredati che arrivano dall’Africa e da altri paesi (medio Oriente ed Asia) in cerca di prospettiva o che vedono l’Italia come un ambiente gradevole per insediarsi, visto la normativa altamente favorevole per loro e le complicazioni ed i costi che deriverebbero da eventuali provvedimenti di espulsione che non vengono mai eseguiti.
Questa cultura dell’ “accoglienza ad ogni costo” è quella propria soprattutto (ma non solo) della sinistra ben pensante che ha sempre predicato l’integrazione e che oggi opera per cambiar anche le leggi sulla cittadinanza passando dall “Jus sanguinis” allo “Jus soli”, nonché l’attribuzione dello status di profugo con gli evidenti vantaggi economici per l’immigrato.
Di segno opposto è stata fino ad oggi l’opposizione di chi (la destra leghista) ha cercato di limitare il fenomeno (senza riuscire) soltanto sulla base di esigenze regionali di ordine pubblico ed ha sempre predicato la necessità di regole selettive per l’immigrazione (visto relazionato con lavoro, permessi di soggiorno e blocco dei clandestini).
Dobbiamo spiegare che il fenomeno dell’immigrazione extraeuropea non è in realtà un fatto a se stante ma rientra in una precisa strategia messa in atto dai fautori del mondialismo.
All’origine del fenomeno immigratorio c’è una fuga dalla povertà, dai conflitti e dal degrado ambientale, che sono conseguenze di un modello economico imposto ai Paesi sottosviluppati obbligati ad esercitare il ruolo di esportatori di materie prime per l’industria agroalimentare e di importatori di tecnologie obsolete.
I governi di quei Paesi, indebitati con le banche internazionali e manovrati dall’oligarchia mondialista, favoriscono l’espulsione di massa dei tanti derelitti che approdano in Europa alla ricerca di un lavoro. Molti vengono assunti a salari irrisori, contribuendo a calmierare il costo del lavoro, altri finiscono nella piccola delinquenza e contribuiscono al degrado delle periferie delle grandi città europee.
Malgrado i problemi sociali originati dal fenomeno dell’immigrazione di massa, in termini di conflittualità sociale e ordine pubblico, i governi europei e gli ambienti intellettuali esaltano tale scelta come “ineluttabile”, con azioni che tendono a non ostacolare i flussi migratori, piuttosto di regolamentarli, perché l’ideologia mondialista prevalente, alla quale si ispira la classe politica attuale nei paesi europei, prevede l’imposizione della società “multiculturale”, che viene presentata come un fenomeno inevitabile, mentre in realtà questo è soltanto l’effetto di precise scelte economiche.
La globalizzazione produttiva, che è un prodotto del mondialismo, si basa sulla diffusione di modelli di consumo uniformi, sullo sradicamento dei popoli e sulla perdita di identità nazionale. Viceversa il senso d’appartenenza e l’attaccamento istintivo di ogni uomo per la propria gente e la propria terra, l’identificazione con la propria cultura, portano al rifiuto ideologico del pensiero unico e all’adozione di modelli di sviluppo regionali che conducono, non all’economia globale ma a forme di interdipendenza su base continentale.
Vedi quanto sta accadendo in Latino America dove sta prendendo piede con lo “Chavismo”in Venezuela ed il neoperonismo in Argentina un modello di sviluppo continentale contrapposto a quello neoliberale degli USA e dell’Europa.
La cultura che le centrali di potere sovranazionali vogliono imporre ai popoli corrisponde alla visione mondialista, questa significa indicare un modello di sistema economico e sociale basato, oltre che sulla universalizzazione, anche sulla diffusione planetaria di modelli di consumo e valori omogenei. Questa visione non è limitata soltanto alle entità economiche ma pervade il costume, la società, la politica, l’etica, la religione. In sintesi, i mondialisti ritengono che il legame che unisce un popolo alla sua terra e alla sua tradizione, l’dentità culturale, questa non ha alcun valore, anzi ostacola il progresso dell’umanità.
I mondialisti auspicano invece la diffusione di un modo di pensare uniforme – il cosiddetto pensiero unico – in maniera tale che, in ogni parte del mondo, vivano individui con le stesse aspirazioni e gli stessi bisogni. Questo porterebbe ad una omogeneizzazione su base planetaria che consentirebbe alle multinazionali di vendere dovunque gli stessi prodotti (globalizzazione) e creerebbe allo stesso tempo l’assuefazione alla istituzione di un “governo mondiale”, prima occulto o informale, e poi progressivamente manifesto, che tuteli gli interessi della grande finanza con la interdipendenza ed il facile spostamento dei capitali ove siano più favorevoli le condizioni di profitto.
Non risulta necessario avere una visione razzista per capire a chi giova il fenomeno dell’immigrazione extra europea: vi era una teoria che predicava lo spostamento di masse di manodopera in eccedenza per meglio favorire l’interesse del grande capitale già ai tempi dei primi anni del 900.
Oggi questa è divenuta una esigenza legata alle moderne forme di sfruttamento della manodopera ottenute mediante la delocalizzazione delle grandi imprese multinazionali nonché alle guerre per “portare la democrazia” che ottengono la destabilizzazione di paesi che avevano una loro forma autonoma di regime e di stabilità sociale ereditata e restii ad accettare l’ideologia occidentale, come successo in Iraq, in Afghanistan, in Costa d’Avorio, in Libia ed ora sta accadendo in Siria.
Una guerra per l’accaparramento delle risorse è iniziata in Africa ma i popoli europei non se ne sono accorti poiché tutto è mascherato dalla cortina fumogena delle “primavere arabe” e delle “ribellioni spontanee”che sono il pretesto per l’intervento di carattere neocoloniale delle grandi potenze. Poco importa che da questa immigrazione derivi lo sradicamento di grandi masse dall’Africa e dal Medio Oriente e situazioni di tensione ed instabilità sociale nei paesi di frontiera come Italia e la Spagna che sono investiti da questo fenomeno.  
Tutto questo risulta funzionale agli interessi del grande capitale e, quando questo si verifica, ecco che si costruisce una teoria dell’accoglienza, dell’integrazione nella “società multiculturale”. In prima linea gli esponenti politici ed intellettuali a predicare il binomio “accoglienza ed integrazione”. Sono sempre gli intellettuali ed i media a trainare il carro dell’opinione pubblica in modo conforme agli interessi delle “elites” dominanti, le masse poi si accodano.

-Luciano Lago,16.5.2013-

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