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venerdì 7 ottobre 2011

L’immigrazionismo o l’ultima utopia dei benpensanti

Pierre-André Taguieff, nato a Parigi il 4 agosto 1946, è un sociologo, filosofo e storico delle idee francese, direttore di ricerca al CNRS e docente all’Istituto di Studi Politici..i suoi studi hanno riguardato anche il razzismo..Qualificatosi repubblicano di sinistra e descritto come «socio-liberal conservatore» impegnato in prima persona nella lotta «contro ogni razzismo». Figlio di padre russo e di madre d’origine polacca..A metà anni sessanta, ai tempi degli studi universitari militava nell’estrema sinistra..Negli anni settanta militò in diversi movimenti antirazzisti..fu designato analista ufficiale dei rapporti della CNCDU riguardanti xenofobia e razzismo..Critico nei confronti sia della destra che della sinistra e, a sua volta, criticato da entrambi gli schieramenti politici..nel 2005 sottoscrisse un «appello contro il razzismo anti-bianchi» che tendeva a stigmatizzare le aggressioni subìte dai francesi di pelle bianca a opera di immigrati.


Partiamo dalla tesi benpensante sull’immigrazione, la tesi centrale dell’immigrazionismo, così com’è formulata nel linguaggio politico ordinario: l’immigrazione sarebbe un fenomeno allo stesso tempo inevitabile e positivo. È una tesi particolare, che ha per conseguenza di chiudere la discussione che sembra aprire. Indica infatti una via politica unica: quella dell’accettazione senza discussione di ciò che si chiama “l’immigrazione”. Non bisogna essere uno specialista del diritto delle nazionalità per rilevare l’incompatibilità tra l’esistenza di stati nazione indipendenti e sovrani ed il principio dell’entrata libera negli stati nazione di tutti i migranti che si presentano. Nei dibattiti politici contemporanei, in Francia in particolare dagli anni '80, si intende di solito con “immigrazione”, in modo restrittivo ma senza saperlo, un flusso di persone con destinazione la Francia (1). Così si può esplicitare il contenuto della nozione d’immigrazione come funziona nella conoscenza ordinaria.
La realtà sociale, culturale (tanto religiosa che etnica), demografica ed economica del fenomeno è certamente meno semplice, ma è possibile abbordare le interazioni polemiche della questione sulla base della nozione di senso comune. La visione immigrazionista dell’immigrazione non è naturalmente la sola possibile.
La tesi politicamente scorretta sarebbe che l’immigrazione è un fenomeno ineluttabile e negativo, paragonabile ad uno tsunami o ad un’invasione, alla conquista lenta di un territorio. Di fronte alla forza che si impone, la sola politica possibile è allora quella di un’autodifesa disperata, che può assumere la forma della reazione xenofoba.
Una terza tesi, ancora politicamente scorretta, consiste nel giudicare l’immigrazione come un fenomeno non inevitabile e negativo. Basta allora, per le autorità politiche, chiudere rigorosamente le frontiere, cosa più facile da concepire che realizzare in un contesto di scambi globalizzati.
Se invece si percepisce l’immigrazione, quarta tesi, come un fenomeno non inevitabile, senza pregiudizi sulla sua positività o negatività, allora una riflessione seria sulla politica dell’immigrazione più auspicabile può cominciare.
Dato che la politica procede, fino a nuovo ordine, dalla sovranità degli Stati-nazione, i dirigenti politici hanno il compito di deliberare e prendere decisioni nei confronti degli interessi delle loro rispettive Comunità politiche. La libertà di scelta può esercitarsi pienamente sulla questione, a condizione di decostruire quell’entità sfocata chiamata “immigrazione” e di identificare distintamente le diverse realtà aventi un legame con questo fenomeno mal definito, per distinguere i molteplici problemi amalgamati attorno al termine “immigrazione” e trattarli in modo differenziato. Va da sé, ad esempio, che la questione del diritto d’asilo deve essere affrontata indipendentemente da quella dell’immigrazione per lavoro, che i problemi posti dai lavoratori stagionali sono diversi da quelli che solleva un’immigrazione d’impianto, che la questione del raggruppamento familiare non è dello stesso ordine di quella dei matrimoni tra stranieri e nazionali, infine che i problemi degli immigrati di prima generazione differiscono da quelli dei giovani francesi derivati da questa o quell’onda migratoria. In tutti i casi che riguardano le politiche dell’immigrazione il realismo implica che norme siano formulate chiaramente, diffuse nello spazio pubblico e rispettate da tutti.

Consideriamo più da vicino la vulgata pro-immigrazionista che tiene luogo di pensiero sulla questione. Se l’immigrazione è ineluttabile, al punto di incarnare una fatalità, c’è soltanto una politica possibile: quella dell’adattamento al fatale processo. Ciò significa riconoscere l’impotenza radicale in materia del potere politico, il cui esercizio si riduce necessariamente a riconoscere ed accettare questa figura del destino. Non ci sono alternative. I dirigenti politici non hanno altro da fare che contemplare e commentare un processo irresistibile. Scomparsa dell’azione politica, cancellazione della volontà politica, annullamento della libertà di operare scelte: approdo all’impolitica. Se, inoltre, l’immigrazione è un fenomeno intrinsecamente positivo, allora occorre rallegrarsi dinanzi all’inevitabile, e fare di tutto per eliminare ostacoli, limiti ed altre restrizioni suscettibili di impedire alla libertà totale dei candidati all’immigrazione di venire ad installarsi nel paese della loro scelta.
Il destino prende così il volto benevolo della provvidenza e la politica dell’immigrazione può soltanto essere di stile astensionista. Occorre cominciare con l’escludere ogni progetto di regolamentazione dell’immigrazione che includa una selezione degli immigrati. I dirigenti politici non devono volere, prendere decisioni o regolamentare, devono soltanto ricevere e regolarizzare con entusiasmo. Come si può voler fermare l’irresistibile? O semplicemente fare distinzioni in ciò che impone un destino dal volto umano? Se l’immigrazione è un bene comune dell’umanità, occorre favorirla con tutti i mezzi. Volere ad esempio conoscerla secondo metodi scientifici, formulando distinzioni concettuali coerenti e calcolando statistiche affidabili (2), è già manifestare una diffidenza colpevole in relazione a ciò che deve essere globalmente accettato, ad occhi chiusi. Per l’anima bella immigrazionista, il dovere d’accoglienza senza riserve implica un obbligo d’ignoranza. L’ignoranza o la conoscenza vaga diventa una prova di buona disposizione riguardo ai flussi migratori. L’attore politico non può più essere che uno spettatore che applaude al divertente spettacolo, libero di facilitarne lo svolgimento. L’apertura delle frontiere prende di conseguenza lo statuto di norma universale, implicante anche l’abolizione della nozione di territorio legato ad un popolo e ad uno Stato. L’immigrazione, oggetto di un “diritto di” (diritto-libertà), diventa l’oggetto di un “diritto a” (diritto-credito) che non può essere limitato. Il diritto di immigrare in un paese di propria scelta, senza restrizioni, si iscrive nell’elenco dei diritti dell’uomo allargato. Coloro che pronunciano tale serie di giudizi arrivano logicamente a dedurre che gli stati nazione, visti come residuali, devono fare appello all’immigrazione, in attesa della loro scomparsa nella post-storia che aprirà l’età del post-nazionale, quella della pace universale. Nella democrazia cosmopolita del futuro, non ci saranno più né nazionali né stranieri, né cittadini né immigrati. Tutti gli umani saranno intrinsecamente mobili. È la tiritera dei cantori postmoderni del “nomadismo”. L’indifferenziazione sarà la norma. L’umanità, finalmente unificata, vivrà in uno stato di indistinzione felice e di mobilità permanente. Il ritornello cantato da Homo mobilis sarà: “siamo tutti immigrati”. Ma questo ritornello non sarà compreso che dai più vecchi. Tale è l’utopia futuristica che fa sognare tanti dei nostri contemporanei. Implica l’autodistruzione di qualsiasi politica dell’immigrazione. Quest’onda utopista è recente. È verso la fine dello XX secolo che è sorta l’utopia messianica della salvezza per mezzo dell’immigrazione.

Ritorniamo nel mondo sociale reale, disciplinato da calcoli di interessi.
Argomentazioni integrative, d’ordine economico e demografico, vengono rapidamente a rafforzare la congiunzione dell’inevitabile e del positivo nella figura sognata dell’immigrazione.
In primo luogo, si lancia come un fatto scientificamente stabilito che ci sia una correlazione positiva, un circolo virtuoso, tra l’immigrazione e la crescita. Si dà in generale l’esempio degli Stati Uniti, eccezionalmente divenuti un modello, dimenticando i numerosi controesempi di diverso tipo, a cominciare da quello del Giappone, la cui crescita non deve nulla ad una manodopera d’origine straniera.
In secondo luogo, si avanza che l’invecchiamento ed il ristagno della popolazione dei paesi della “vecchia Europa” sono tali che occorre imperativamente fare appello agli immigrati, i soli il cui tasso di natalità può compensare il deficit demografico. L’argomentazione non è affatto convincente per quanto riguarda un paese come la Francia, il cui tasso di fecondità è di 1,9 bambini per donna nel 2003, contro 1,5 in media nei paesi dell’Unione europea. L’immigrazione è così giustificata in nome degli interessi ben compresi dai popoli d’accoglienza, dei quali il primo è legato all’imperativo di sopravvivenza. Ma l’argomentazione demografica è interpretata in modo distorto, tant’è vero che si può lottare contro il deficit demografico sia con l’aumento del tasso di natalità della popolazione nazionale tramite diverse misure (natalismo), sia con l’appello a “sangue nuovo” che implica una politica d’apertura ai candidati all’impianto sul suolo nazionale (popolazionismo), normalmente secondo norme ben definite, implicanti criteri di selezione. Quella vulgata angelica che è l’immigrazionismo prende in considerazione soltanto la via del popolazionismo, ma, a causa del suo pregiudizio favorevole sull’immigrazione (globalmente o intrinsecamente positiva), esclude ogni regolamentazione selettiva dei flussi migratori.
Ma, in Francia in particolare, sono soprattutto i lavoratori qualificati che possono soddisfare le necessità di un certo numero di settori. E, prima di fare appello alla manodopera straniera, sarebbe buon metodo mobilitare le risorse interne, poiché il tasso d’occupazione nella fascia 15-64 anni è attualmente del 63% per le persone nate in Francia e del 57% per quelle nate all’estero, mentre uno degli obiettivi definiti da ciò che si decide di chiamare il “processo” o la “strategia di Lisbona” è pari al 70% di tasso d’occupazione per il 2010 (3).  La politica migratoria deve dunque essere selettiva. Ma qui ci si scontra con gli effetti di una semantica mitologicizzata: la parola “selezione” è denunciata e respinta dai bigotti dell’immigrazionismo come una parola impronunciabile, sul modello della parola “razza” per quelli dell’antirazzismo politicamente corretto (4).

Nel linguaggio militante del nuovo gauchisme, la “scelta selettiva” è demonizzata da un’analogia polemica con le “selezioni” all’entrata dei campi di sterminio nazisti, sulla base di un’indignazione rituale contro un “darwinismo sociale” presunto a legittimare la concorrenza generalizzata e la “selezione dei migliori”. La “selezione” è così condannata come intrinsecamente cattiva, presuntivamente conducente al peggio, secondo il ben noto argomento del “piano inclinato”. Qualsiasi straniero che si propone o si impone — tali i “sans-papiers”, detti senza abbellimenti “clandestini” o, in modo eufemistico, “irregolari”, dunque “da regolarizzare” — deve essere giudicato degno di essere accolto ed “integrato” (il termine resta da definire, se la cosa è possibile). È la via utopistica e pericolosa del ripopolamento a tutti i costi. I dirigenti politici, votati ad aprire le braccia al mondo, non hanno più altro da fare che dire e ripetere con il necessario stupore: “l’immigrazione è una possibilità per la Francia”. Alcuni credono di vedere la mano della provvidenza. L’immigrazione, aggiungono per convincere i seguaci della neoreligione della Diversità, è una “ricchezza”. Che quest’arricchimento sia pensato come mescolanza o come coesistenza delle differenze (etno-razziali e culturali, dalla cucina alla religione, passando per il colore della pelle), o anche, nella più grande confusione, come le due cose allo stesso tempo, sarebbe in se stesso una buona cosa.
Tappa della marcia trionfale verso la “società meticciata”, attraverso il “nomadismo” planetario — e questo non impedisce ai partigiani di detto “nomadismo”, poco che si osservino le loro contraddizioni, di esigere “documenti per tutti i sans-papiers che ne fanno richiesta”. Per i seguaci del culto immigrazionista, sarebbe dunque inutile distinguere tra un’immigrazione “subìta” ed un’immigrazione “scelta”. Non c’è nulla da chiarire né da respingere nell’immigrazione: deve riceversi “in blocco”. Così dall’utilitarismo nasce un supplemento di utopismo.

Ma si tratta ancora di fare tacere definitivamente gli obiettori e i recalcitranti, di impedire perfino i mormorii discordanti, come se occorresse istituire un vero culto dell’immigrazione proibendo ogni domanda blasfema. È a questo punto che il moralismo è sollecitato in diversi modi. Prima di tutto sulla base della strumentalizzazione della compassione per i poveri e dell’indignazione di fronte alla miseria umana: “ci sono tanti poveri nel mondo che dobbiamo accoglierli”. I militanti delle causa identitaria aggiungono che questi poveri hanno diritti particolari in quanto discendenti da schiavi o da colonizzati. Ne consegue che gli Occidentali, che si chiamino “Bianchi” o “giudeocristiani”, hanno dei doveri particolari riguardo ai popoli che hanno sofferto per colpa loro in passato. A cominciare da un dovere collettivo d’espiazione o d’autofustigazione. Va da sé che tali colpevoli non possono permettersi di negare il diritto di un povero che viene dal Magreb o dall’Africa subsahariana a venire ad installarsi nel paese ex-coloniale di sua scelta. A sinistra ed alla sinistra estrema, i nuovi terzomondisti decodificano il messaggio sulla base del postulato che “l’islam è la religione dei poveri”, e ne traggono una conclusione pratica: gli immigrati di cultura musulmana, trasfigurati dalla loro povertà supposta e dall’esclusione che siano presunti subire, devono essere trattati come ospiti privilegiati. Gli strateghi islamisti sanno giocare su questi luoghi comuni e sul senso di colpa che essi suscitano negli spiriti modellati da una cultura cristiana diffusa. Chiudere gli occhi sulla guerra culturale non dichiarata che ha luogo in Europa dell’Ovest in particolare, è dare prova di angelismo (5). Per funzionare con il massimo d’efficacia simbolica, l’argomentazione standard deve accompagnarsi ad un richiamo colpevolizzante alla “ricchezza scandalosa” dei paesi ricchi. La stigmatizzazione della ricchezza possiede una forza convincente la cui intensità è comparabile soltanto a quella della denunzia dei potenti o dei dominanti. La virtù cristiana della carità, “nazionalizzata” quasi al punto di avere forza d’obbligo, si combina con il dovere d’ospitalità senza limiti per dare una base di scelta morale all’apertura indistinta ai flussi migratori. E i politici eletti, accecati dalla pressione virtuista, si metteranno ancora una volta a suonare la lira mentre Roma brucia.
La retorica sentimentale sostituisce il coraggio politico. La generosità astratta, in nome dei grandi principi e delle buone intenzioni, caccia ogni preoccupazione di responsabilità. Poiché, dopo l’apertura, come fare integrare i nuovi arrivi, mentre la “società plurale” che si annuncia offre lo spettacolo di una frammentazione conflittuale su fondo d’anomia e d’indebolimento delle norme? Cosa può bene significare l’ “integrazione” se la nazione civica si disloca in lobby identitarie rivali ed ostili le une alle altre? La multicomunitarizzazione convulsiva della Francia è uno degli indici dell’indebolimento della sua capacità d’integrazione di un’immigrazione non scelta. Il moralismo delle anime belle non può sostituire un’analisi sociologica e demografica seria (che non ha nulla da vedere con il sociologismo neomarxista dei militanti immigrazionisti travestiti da universitari), né una riflessione politica sul possibile e l’auspicabile. L’etica della convinzione, soprattutto se è forzata, non è una politica.

Se la cattiva coscienza dell’Occidentale supposto ricco non è sufficientemente svegliata, una seconda salva di moralismo può essere sparata sotto forma di ricatto del tipo: “Se rifiutate l’apertura totale delle frontiere e la regolarizzazione di tutti i clandestini che ne fanno richiesta, allora siete mossi dal timore dell’altro, siete contagiati dal virus della xenofobia o del razzismo.”
L’effetto d’intimidazione è qui massimo. L’imperativo mette il potenziale colpevole dinanzi ad un dilemma: “L’immigrazione, tu l’ami e l’accetti altrimenti sei razzista e verrai trattato come tale”. E questo slancio verso l’ “altro” non deve includere nessuna preferenza marcata, come se scegliere equivalesse ad escludere e stigmatizzare. La sola politica possibile, una pseudopolitica pericolosa per la pace sociale e l’economia, consiste nel praticare regolarizzazioni massicce e successive, all’infinito, dei “clandestini” o “sans-papiers”. L’Occidentale sospettato di “razzismo”, terrorizzato alla sola vaga percezione della morte sociale che lo minaccia, darà prove ai suoi accusatori presentandosi come un caloroso partigiano dell’immigrazione provvidenziale.
Una variante di questo sofisma, fondato sull’assimilazione polemica di ogni politica restrittiva o selettiva dell’immigrazione al razzismo, è spesso utilizzata in Francia dove la minaccia lepenista funge da repellente e da base di riduzione facilmente strumentalizzabile: l’argomentazione fallace che consiste nel accusare un individuo od un gruppo “di fare il gioco di Le Pen”.
Metodo di demonizzazione, tant’è vero che l’accusa può essere tradotta in “fare il gioco del diavolo”. Le associazioni classiche per adiacenza o per rassomiglianza (“parlate come Le Pen”, “le vostre idee somigliano a quelle di Le Pen”) permettono di eliminare qualunque avversario politico.
La “lepenizzazione” dell’avversario è diventata in Francia uno strumento di guerra ideologico-politica, la cui prima conseguenza è di avvelenare di sospetti e di autocensure il dibattito pubblico. “Lepenizzare” qualcuno, nello spazio pubblico, è un modo di trattarlo da “razzista”, dunque di escluderlo dal cerchio delle persone rispettabili e degli interlocutori possibili.
Questa macchina delegittimante arriva a trarre tutte le conseguenze di una semplice definizione che, con la ripetizione, ha preso valore di evidenza: un “lepenista” o un “razzista”, è un individuo abietto che pratica il “rifiuto dell’altro”. Aderendo al credo immigrazionista, non ci si deve più interrogare sulla questione del perché occorre accettare l’ “altro”, e più precisamente qualsiasi “altro”.

Questo culto contemporaneo dell’ “altro” (o dell’ “Altro”) o dello “straniero” rappresenta una specie di religione civile internazionale che sembra andare da sé. Questo “altrismo” dovrebbe al contrario stupirci: perché tale preferenza per la diversità, in tutte le sue figure? Perché quest’amore obbligatorio dell’ “altro”, sotto pena di essere giudicato “abietto”? Perché la xenofilia sarebbe un atteggiamento morale, quando è soltanto il rovescio di un odio profondo di sé?
La “nostrofobia” cioè il sociocentrismo negativo che postula che gli “altri” sono migliori di “noi” o superiori a “noi”, non ha nulla da invidiare all’etnocentrismo (o sociocentrismo positivo: “noi” siamo i più umani fra gli umani), né alla xenofobia. L’anima bella del secolo che si apre, in terra europea almeno, dichiara pubblicamente il suo amore per l’ “altro”, ed i nuovi devoti locali cantano le virtù di un’immigrazione che salverà il paese dalla “chiusura”, dalla “contrazione”, dal “ripiegamento su di sé”. Come se si credesse, ancora una volta, che la “gioventù del mondo”, del mondo extra-occidentale, andrà a rigenerare la “vecchia Europa”. Sotto l’immigrazionismo, che ne forma uno degli indici, passa il mito della rigenerazione tramite il “sangue nuovo” degli “altri”, con l’arrivo provvidenziale di nuovi e piacevoli “barbari” che vogliono soltanto il nostro bene.

C’è ancora una soluzione raccomandata da quelli che si vogliono realisti accettando una regolamentazione dei flussi migratori e rifiutano la rapina delle élite dei “paesi in via di sviluppo”: il “co-sviluppo”. L’ideale è certamente seducente, ma potrebbe realizzarsi soltanto in un altro mondo che il nostro. È soltanto una falsa alternativa all’impolitica angelica: le politiche di “co-sviluppo” possono soltanto ripresentare sotto un altro nome le politiche d’aiuto allo sviluppo, gli effetti perversi delle quali, senza parlare delle malversazioni, sono ormai ben noti. Come mettere in opera queste politiche di “co-sviluppo” mentre la maggior parte dei paesi d’origine dei migranti, in particolare in Africa, è sotto l’influenza di dittature sanguinarie e devastata dalla criminalità quanto dalle epidemie? La corruzione degli stati, e a maggior ragione la loro criminalizzazione, rende impossibile ogni politica di cooperazione. Ora, il “co-sviluppo”, per funzionare, suppone la fiducia ed il rispetto delle norme. È per questo che è soltanto una nuova utopia, che può fungere da alibi all’inazione volontaria.

L’angelismo immigrazionista fa coppia con la xenofobia anti-immigrati. Chiude gli attori politici nel carcere del manicheismo caro ai “terribili semplificatori”. Come se occorresse scegliere tra il partito dell’ “immigrazione-totale” e quello dell’ “immigrazione-zero”. O tra i “buoni sentimenti” che rendono ciechi al reale ed i pregiudizi odiosi (del tipo “immigrati = delinquenti”) che impediscono di formulare ragionevolmente i problemi della società e proibiscono di risolverli. Alternativa falsa. Ponendo come un assioma che l’ “immigrazione” è un fenomeno allo stesso tempo inevitabile e positivo, ciò che solo dei “razzisti”, in ultima analisi, potrebbero mettere in dubbio, i nuovi Tartufi non fanno altro che esercitare e rafforzare il loro potere simbolico. Senza considerazione per il futuro della loro nazione. Ecco cosa dovrebbe bastare a far prendere coscienza ai repubblicani delle due rive che non bisogna abbandonare la “politica dell’immigrazione” né ai fanatici dell’apertura senza norme, né ai paranoici dell’immigrazione-invasione, che trovano nell’angelismo dei primi un comodo alibi per giustificare i loro fantasmi xenofobi. In ogni caso, il grande ricatto dei benpensanti proibisce di porre correttamente i problemi collegati all’immigrazione e spinge alla fuga nell’utopismo dalle mani pure. Questo ricatto dai molteplici volti è l’espressione di una diserzione e di una dimissione: incuranza quanto alla vita quotidiana dei cittadini attuali, irresponsabilità in relazione al divenire della Comunità nazionale. È anche l’indice, particolarmente in Francia, di una forma emergente di sottovalutazione di sé, o di dispetto di sé, che può radicalizzarsi in odio di sé. Molti francesi non si amano più e non amano più il loro paese, che prendono piacere nel ridurre ad un passato criminale e ad un presente di declino. Generalmente questo ricatto dei benpensanti ha per principale effetto quello di trasformare la politica in un’impolitica e, così facendo, di disarmare le nazioni democratiche di fronte alle nuove minacce.
 
   Pierre-André Taguieff  
   Fonte originale: L'immigrationnisme, ou la dernière utopie des bien-pensants


 
Note

1) Vedi Michèle Tribalat, “De quoi parle-t-on?”, La Lettre de la Fondation pour l’innovation politique, n° 20, p. 10.
2) Vedi Michèle Tribalat, “Une estimation des populations d’origine étrangère en France en 1999”, Population, 59 (1), 2004, pp. 51-82 ; Id., “De quoi parle-t-on ?”, art. cit., pp. 10-11.
3) Vedi Jean-Christophe Dumont, “La France a les ressources internes pour répondre à ses besoins de main d’œuvre” (intervista raccolta da Caroline Mignon), La Tribune, 10 maggio 2006.
4) Vedi il mio Les Fins de l’antiracisme, Paris, Michalon, 1995, pp. 329-356 (cap. X : “«Race» : un mot de trop ?”).
5) Vedi Jeanne-Hélène Kaltenbach, Michèle Tribalat, La République et l’islam. Entre crainte et aveuglement, Paris, Gallimard, 2002 ; Yves Charles Zarka (con la collaborazione di Sylvie Taussig e di Cynthia Fleury) (dir.), L’Islam en France, Paris, PUF, 2004 (rivista Cités, fuori-serie) ; Christophe Deloire, Christophe Dubois, Les Islamistes sont déjà là. Enquête sur une guerre secrète, Paris, Albin Michel, 2004.
6) Sulle due forme di sociocentrismo, vedi Raymond Boudon, L’Idéologie ou l’origine des idées reçues, Paris, Fayard, 1986, pp. 286-287 ; Pierre-André Taguieff, op. cit., pp. 31-32.

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3 Commenti:

  • Alle 12 ott 2011, 14:20:00 , Anonymous Antonio ha detto...

    i buonisti la resistenza ce l'hanno nel cervello. Grazie a questa moda perniciosa della multiculturalità-per-forza siamo pieni di gentaglia, di immigrati balordi di infima qualità. Con tutte le conseguenze del caso: degrado,crimine immigrato pazzesco,malattie importare, sporcizia e insicurezza, costi enormi per sostentare le "risorse multiculturali" che entrano legalmente o illegalmente... Basta immigrazione.

     
  • Alle 16 nov 2011, 18:56:00 , Blogger pyperita ha detto...

    Ciao Zarco, allora ci si ritrova.

     
  • Alle 17 nov 2011, 17:11:00 , Blogger Marco Zorzi ha detto...

    Eh si! :-))

     

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