Resistere, Resistere, Resistere

Resistenza alla dittatura interNazi[onalsociali]sta = Resistenza all'invasione straniera = Resistenza al genocidio del popolo italiano




lunedì 14 marzo 2011

Valori. Solo uno: il denaro

...e suoi derivati. E presupposti. E danni collaterali. L’amministrazione dell’esistente al posto delle visioni ideologiche. La separazione tra etica e competenza tecnica. Tra pragmatismo e contraddizioni.


Cominciamo col dire che a sentir loro, i politici di destra sinistra e centro, la politica italiana sarebbe fondata nient’altro che sui valori. Li hanno sempre sulla bocca, li invocano a ogni piè sospinto, li agitano davanti al popolo che al dunque, nel momento culminante della commedia democratica, cioè le elezioni, si beve la storiella e va a votare convinto che fra le bande partitiche la disputa avvenga su differenze di fondo, metafisiche, ideali. Valoriali, appunto.
Involuzione
Ma quando mai. Potremmo liquidare la questione dimostrando come le parole d’ordine nascondano affari, mire di potere, bassezze personali e vizi privati. Le “cricche” abbondano sui giornali degli ultimi anni, e non solo. Ma sarebbe troppo facile. La storia del Potere è storia di questa doppiezza connaturata alla corruzione che da esso immancabilmente trae origine (“il potere corrompe”). Al tempo dell’antica Roma all’apogeo della Repubblica, il cursus honorum poteva, e in una certa misura doveva, essere considerato una carriera per procurarsi onori sonanti: ricchezza, terre, schiavi. Nel Medioevo gli scontri fra sovrani temporali e Chiesa avvenivano anche per incamerare da parte dei primi i beni della seconda. Anche, però. Non solo. La modernità, che porta con sé la nullificazione di ogni gerarchia morale - per la quale il denaro e il potere stesso restavano comunque subordinati e finalizzati ad uno scopo immateriale, morale appunto (la Gloria, ad esempio) - ha compiuto un’involuzione decisiva, devastante. Ha rovesciato il rapporto: se prima, nell’era premoderna, cariche, privilegi, prebende e relativo contorno di intrallazzi e malversazioni dovevano sottostare ad un’etica pubblica, si chiamasse universalismo imperiale o patriottismo nazionale, ma che in ogni caso poneva il senso del collettivo in una fede impalpabile al di sopra del contingente e del tornaconto, oggi ciò che era un aspetto importante, quello economico, materialistico, è diventato l’essenza stessa del governare. Con l’industrialismo, fatto centrale della modernità, il peso che ha acquistato il mezzo, il meccanismo (la crescita economica infinita per massimizzare i profitti) ha schiacciato l’importanza dello scopo. Di ogni scopo.
Plus(valori)
La Politica è diventata serva dell’Economia perché questa ha occupato tutto lo spazio. E ci è riuscita grazie al suo braccio armato, la Tecnica, che ha prodotto merci da dover consumare sommergendoci al punto tale da rincoglionirci, da ridurre ai minimi termini la capacità di agire in base a ideali disinteressati, svincolati dall’ossessione di dover misurare tutto in termini di Pil, di produzione di ricchezza, di sviluppo per le imprese (se notate bene, equiparate ai cittadini nelle preoccupazioni dei politici). L’homo oeconomicus tratta la cosa pubblica, nei fatti, come un’azienda che deve far guadagnare la cosa privata, impresa industriale o finanziaria che sia. È al servizio di una logica che rincorrendo l’accumulo senza sosta – sempre nuovi investimenti, nuovi mercati e nuovi consumatori - si esaurisce in se stessa e corrode qualsiasi valore che non sia il plusvalore. L’arte di governare la polis per il bene generale si è ridotta a tecnica di utilizzare il bene generale per arricchire l’interesse privato. Parafrasando Clausewitz, la politica è diventata la continuazione dell’economia con altri mezzi.
Ideologie morte
La conseguenza sotto i nostri occhi è la morte stessa dell’impegno politico come lotta ideale. Gli ideali hanno abdicato all’amministrazione corrente dell’esistente. Una roba da ragionieri, tutt’al più da manager. L’ordine costituito è considerato intoccabile come intoccabile è la ragion d’essere di un’azienda per il suo consiglio d’amministrazione. Il pensiero dominante è unico, piatto. Totalitario nel senso pieno della parola: non ammette fronde o opposizioni che mettano in dubbio l’imperativo categorico di alimentare la macchina industrial-capitalistica. Per quanto nate con l’economicismo ed essendo esse stesse economiciste, le ideologie otto-novecentesche, presumendo di piegare il sistema “consuma, produci, crepa” a elevati compiti di palingenesi sociale, avevano pur sempre una dignità ideale forte. Il liberalismo credeva, a torto, che la libertà economica fosse condizione indispensabile per la libertà dell’individuo e della società civile rispetto allo Stato; il socialismo marxista sognava, a torto anch’esso, che l’uguaglianza di tutti gli uomini sarebbe stata raggiunta attraverso il controllo di una classe, il proletariato, sulla produzione. Ma l’uno parlava di libertà, l’altro di uguaglianza (e questa dicotomia viene usata da Bobbio per differenziare rispettivamente la Destra dalla Sinistra). Due totem che si sono rivelati imposture fallaci, auto-inganni colossali, ingiustizie clamorose, illusioni criminali. Eppure fornivano ai propri fedeli, e forniscono tuttora agli ultimi straccioni della liberal-democrazia esportata a suon di bombe, una visione del mondo per cui vivere. E  con cui giustificare il potere reale, assoluto e tirannico di quella che Serge Latouche chiama la Megamacchina: la dittatura dell’economico.
Destra decadente
Oggi, a guardare lo spettacolo della politica, si vedono solo attori di una recita già scritta. Meglio: esecutori di una tecnica collaudata, ripetitiva, meccanica. Schiavi di un marchingegno diabolico che va per conto suo. Nel concreto, per essere riconosciuto oggi come uomo politico il suddito, l’ingranaggio, la vittima aspirante complice deve entrare in un partito. Un partito nell’Italietta del 2010 è uno stato gassoso di gruppi clientelari, familistici, personalistici, uniti solo da una tessera comune, da una gerarchia interna modellata sulla mafia (ognuno ha il suo boss di riferimento, su su fino al segretario nazionale, il boss dei boss) e da una vaga somiglianza d’idee richiamate dal nome e dal simbolo. In quello del Popolo delle Libertà, ad esempio, a caratteri cubitali c’è il cognome del fondatore, padre, padrone, burattinaio e predellino vivente: Berlusconi. Se sei del Pdl, sai che non solo comanda lui, ma che lui è, religiosamente, la ragione e la vita della tua politica. Lo scandalo di un Gianfranco Fini anti-berlusconiano, erede di un’altra tradizione per nulla democratica ma quanto meno innervata di idealismo qual era l’Msi, sta nel fatto che ha osato mettere in discussione l’identità ferrea fra partito e demiurgo, fra “idee” e interessi del capo-azienda. Eppure, nel berlusconismo in decadenza un aspetto positivo c’è: l’ipocrisia è assente. Lo capisce anche un ritardato mentale che in quella parte tutto gira intorno a Lui e che le istanze di destra sono al massimo la proiezione elettorale della vorace sete di potere della sua corte e dei suoi imitatori in piccolo, i tanti Berluschini sparsi per la penisola intenti a praticare l’unica vera ideologia che portano in sangue: “arraffare il più possibile per sé”.
Sinistra idiota
Peggio va con i cosiddetti avversari della cosiddetta sinistra. Il Partito Democratico, scimmiottatura provinciale dell’omonimo Democratic Party statunitense, fa ancora più pena. Nelle sue file si contano innumerevoli utili idioti, gente che crede sul serio di combattere battaglie in nome del bene comune. Il pasticcio ideologico in cui sguazzano i seguaci del Pd fa quasi compassione: anziani ex comunisti, democristiani coi santini di Dossetti e La Pira, giovani buonisti ancora vergini del mondo, liberals all’americana e anche un po’ all’amatriciana. S’indignano, scendono in piazza, leggono Repubblica per sentirsi cittadini-modello, si fanno un vanto del proprio pragmatismo di contro a quei pochi buzzurri rimasti della sinistra “comunista” (quelli leggono il Manifesto), per loro il demonio è il conflitto d’interessi di Silvio e una volta crepato lui tutto rifiorirà a nuova vita. Ma se fai loro notare che la tessera n°1 del loro partito l’ha rivendicata un certo Carlo De Benedetti sul cui libro-paga c’è l’intero gruppo editoriale che sostiene mediaticamente la baracca (Repubblica-Espresso), che nella televisione di stato la spartizione dei posti resta rigorosamente bipartisan alla faccia del merito e dell’indipendenza, che nell’oligopolio del cemento, del tondino e della rotaia le cooperative un tempo rosse sono alleate stabili dei Gavio, dei Benetton e degli Astaldi perché pecunia non olet, che ai vertici delle maggiori banche (Intesa, Unicredit) ci sono fior di squali regolarmente registrati alle loro care primarie; e se per caso dici loro in faccia la verità inoppugnabile che in quindici lunghi anni l’odiato Berlusconi non è stato sfiorato neppure da una mezza leggina per arginare il suo strapotere economico ad eccezione della ridicola par condicio, loro, i beoti, non sanno far meglio che sfoderare l’immarcescibile puzza sotto il naso per le spacconate del Banana, le sparate di Bossi indicando i propri pantaloni zuppi per la paura mista a orrore che suscita nella loro anima da suorine la Lega, piaccia o no l’ultimo vero partito rimasto in circolazione.
Doppia menzogna
È questa, in basso, la menzogna peggiore, riflesso miserevole e impudico di quella in alto. Lassù il vero Potere è gestito come cosa loro da banche e oligarchie industriali parassite dello Stato; quaggiù il suddito cretino, rincretinito da una “diversità” fra destra e sinistra che sta in piedi soltanto grazie al riflusso di categorie e slogan sorpassati, si barrica dietro opinioni alimentate artificialmente che mettono in scena una contrapposizione che nella sostanza non c’è. Chi mette più in dubbio la globalizzazione economico-finanziaria? Chi dice no all’immigrazione in quanto sradicamento e omologazione di ogni popolazione del pianeta sull’altare del dio unico, il Mercato onnipotente? Chi propone di rivedere la legittimità degli imperscrutabili diktat degli istituti centrali, delle borse, delle organizzazioni sovranazionali in mano a burocrati prezzolati? Chi rifiuta, concretamente, nell’aula parlamentare, la ratifica di trattati europei che pezzo dopo pezzo estinguono gli ultimi residui di sovranità nazionale? Chi ha l’ardire di dire basta al vassallaggio che da sessant’anni ci tiene incatenati agli Stati Uniti e alla Nato? Chi pensa che non sta scritto da nessuna parte che l’esistenza di ciascuno di noi deve sottostare alla galera del mutuo a vita e alla catena di un contratto a sei mesi perché c’è da far contenta quella strega starnazzante della Marcegaglia confindustriale e da far star buoni quegli algidi pescecani di Passera e Profumo gran maestri della massoneria creditizia? Chi dichiara apertamente che i propri valori sono inconciliabili con questo laido quietismo, questo fango piccolo-borghese, questo moderatismo obbligatorio e in base ad essi tenta la strada, impervia e faticosa, di adattarli al presente con un pensiero politico profondo e vissuto per l’avvenire, liberato dagli orpelli del passato?
Complici e carnefici
Nessuno. Né Berlusconi né Tremonti, né Fini né Bossi, né Bersani né Veltroni, né Di Pietro né Vendola (già, neppure lui, il paroliere delle Puglie).
Così, la balla stratosferica di una sinistra contrapposta alla destra proviene dall’alto ma si nutre delle illusioni del gregge in basso.
E le illusioni, è risaputo, sono dure a morire. L’auto-rappresentazione di una collettività che ricatta sé stessa imponendosi di legittimare col voto i propri carcerieri si è talmente sedimentata che il bisogno stesso di un’alternativa a tutto questo viene, in automatico, rifiutato, represso, rimosso.
Ma c’è. Lo si avverte nell’insoddisfazione diventata cronica e permanente per un sistema che invece di risolvere i problemi li moltiplica, correndo dietro all’infernale complessità di uno stile di vita frenetico, senza vere pause, assillato dalle spese e minacciato da un oscuro senso di non-senso. Per tappare la falla del dubbio che scava sottilmente dentro, il suddito imbelle esilia nell’inconscio collettivo il ribelle, il sovversivo interno, il catilinario che c’è in lui, e finisce col giustificare ogni contraddizione, ogni compromesso, fino a voltarsi dall’altra parte o a minimizzare le porcherie, le miserie, le sopraffazioni e le insensatezze di chi lo comanda.
È la sindrome della vittima che diviene complice del proprio carnefice, che in ogni caso, bontà sua, gli garantisce una visione pacificata del mondo e la comodità di tirare a campare. È la paura fottuta del salto, dell’ignoto, del caos, in definitiva, parliamoci chiaro, paura della vita che prima o poi si riprenderà il suo buon diritto a spazzare via un Potere tumorale che la schiaccia e la rende vuota, sterile, senza valore.
Senza valori.

Alessio Mannino - La Voce del Ribelle, 10.sett.2010

Etichette: , , , , ,

0 Commenti:

Posta un commento

Iscriviti a Commenti sul post [Atom]

Link a questo post:

Crea un link

<< Home page

 
___________________________________ ___________________________________