Resistere, Resistere, Resistere

Resistenza alla dittatura interNazi[onalsociali]sta = Resistenza all'invasione straniera = Resistenza al genocidio del popolo italiano




lunedì 6 dicembre 2010

Chàvez contro i falsi supereroi

                                                                                                                                                           Televisione, pubblicità, cibo locale.

E celebrazione dei propri veri eroi.

Altro che dittatura:
è la Rivoluzione venezuelana.
Solo per il popolo.


Supereroi nazionali, fast food “made in Venezuela”, telenovelas bolivariane. L’attacco di Hugo Chávez ai modelli globalizzati e globalizzanti occidentali di matrice nordamericana passa anche per la proposta di alternative ai modelli ormai universalmente diffusi. Nel 2009, il presidente venezuelano ha lanciato la “battaglia contro Superman, Batman e Robin, contro tutto questo, che avvelena le nostre menti e fin da bambini ci porta ad ammirare questi simboli dell’impero”1.  L’occasione è stata una proposta di due creativi venezuelani, padre e figlio: dei pupazzi con le sembianze degli eroi patri. Una’idea che ha ottenuto l’approvazione entusiastica del presidente bolivariano. “Lo sforzo è lodevole in funzione della lotta culturale” ha commentato Chávez.

Tra i giocattoli ispirati agli eroi della storia venezuelana il primo supereroe è la riproduzione del padre della patria Francisco de Miranda: uniforme blu dell’esercito indipendentista, la pistola nella mano sinistra, la spada nella destra ed il moschetto a tracolla. In programma ci sono poi Antonio José de Sucre, maresciallo nella guerra d’indipendenza contro la Spagna, Pedro Camejo, uno schiavo ribellatosi per unirsi alla lotta di Bolivar e Guaicaipuro, un capo tribale indigeno che resistette all’invasione dei conquistadores spagnoli.

Quando la notizia ha fatto il giro del mondo i media occidentali, quelli che dedicano colonne a profusione all’ultima saga di X-men portata al cinema o all’ennesima puntata dello scontro epocale tra Batman e Jocker, hanno commentato con la solita pseudo-ironia, dipingendo Chávez come un padre-padrone del Venezuela ormai delirante, impegnato in una missione dal sapore retrò, antistorica. Meglio, per questi arguti commentatori, lasciarsi travolgere e trasportare dalle martellanti campagne culturali, perché di questo si tratta, che cercano di imporre ovunque un pensiero unico, comodo per smerciare in ogni dove gli stessi prodotti.

L’esempio dell’Italia è calzante, prendiamo il caso Halloween: nel nostro Paese, ormai, la notte fra il 31 ottobre e il primo novembre ha perso da diversi anni il suo significato di omaggio ai morti, con i riti popolari che lo caratterizzavano. Nella succursale tricolore dell’Impero si va in giro vestiti da streghe o folletti.
I bambini nelle scuole pubbliche (!) festeggiano una ricorrenza di origine anglosassone. Da qualche tempo è possibile anche vederli gironzolare, come in un telefilm statunitense, a bussare casa per casa dicendo “Dolcetto o scherzetto?”. È la desolante dimostrazione che il martellamento culturale a suon di serial tv, cartoni animati e film ha ottenuto il suo scopo.

Un leader come Chávez, molto attento al ruolo dei media, che da tempo ha capito quale immenso potere abbia la cultura trasmessa dai mezzi di informazione e intrattenimento, ha deciso di proporre delle alternative a questi modelli resi ormai universali dalla globalizzazione, anche “televisivamente” parlando. In primo luogo grazie all’applicazione della legge sulle telecomunicazioni, che al contrario di quel che accade nella maggioranza dei Paesi occidentali, a Caracas viene fatta rispettare, e che ha permesso al governo bolivariano di dare un certo equilibrio a un sistema radiotelevisivo che era per la quasi totalità in mano ai gruppi oligarchici venezuelani.

Di recente i media di tutto il mondo hanno tuonato contro Chávez, accusandolo di aver chiuso 34 radio e due televisioni libere, operando un giro di vite sulla libertà di informazione venezuelana. Ma il governo bolivariano ha semplicemente seguito le regole che si è imposto per l’uso dell’etere pubblico, puntualmente contravvenute dai grandi gruppi di potere che spesso e volentieri detengono televisioni e giornali.
Gruppi di potere che vedono in Chávez un pericolo per i loro interessi, tanto da partecipare attivamente con le loro emittenti, come fece a suo tempo Rctv, al golpe che cercò di destituire il presidente venezuelano. Le frequenze tolte, per scadenza dei termini, a numerose radio e tv sono state ridistribuite a centinaia di emittenti comunitarie, di qualunque tendenza politica, che hanno considerevolmente arricchito il panorama informativo riducendo la concentrazione del potere mediatico in poche mani.
Lungi dall’essere danneggiato, come blatera l’informazione mainstream, il sistema mediatico venezuelano è stato arricchito e democratizzato. Più contenuti, quindi, e di diverse provenienze e colori.

Tv commerciale e neoliberismo

Le TV commerciali sono un tassello fondamentale per l’imposizione alle masse spettatrici-consumatrici del modello della globalizzazione neoliberista. Costruiscono la realtà nella quale la gente crede poi di vivere: per gli oppositori della rivoluzione bolivariana è essenziale, quindi, costruire un modello-Chávez che rappresenti le politiche del presidente come una dittatura. Così accade anche nel resto del mondo globalizzato.

È evidente che Hugo Chávez sta utilizzando lo stesso metodo per rappresentare invece la realtà al popolo venezuelano. Ha iniziato a farlo con le televisioni e le radio statali, ha ampliato il progetto con Telesur, il canale di informazione che si occupa di tutta l’America Latina, l’unico che nel giugno del 2009 ha seguito la crisi honduregna causata dal golpe contro Manuel Zelaya. Mentre il resto del mondo sorvolava sulla destituzione del legittimo presidente dell’Honduras (in Italia addirittura qualcuno gongolava per le origini bergamasche del presidente usurpatore Roberto Micheletti) i giornalisti di Telesur tenevano i fari puntati sul colpo di Stato e ne informavano la popolazione latinoamericana.

Ma la gente, quando accende la televisione, non guarda esclusivamente i telegiornali. Anzi. Gran parte del popolo latinoamericano, a partire proprio da quello del Venezuela, si nutre delle ben note telenovelas, un genere di intrattenimento diffusissimo e apprezzato che può oltrepassare il limite del puro intrattenimento puntando a sensibilizzare i fruitori sui più differenti temi sociali. Chávez si è fatto trovare pronto, e di recente ha proposto di usare questi serial per mostrare alla popolazione i valori sui quali si basa la rivoluzione bolivariana.
Ha quindi chiesto ai produttori venezuelani di iniziare a pensare a delle telenovelas socialistas. La televisione, in Venezuela, ha affermato Chávez nello scorso gennaio, propone troppi programmi con valori capitalisti, orientati al consumo. “Poco tempo fa sono stato a Cuba e là passavano delle novelas, non telenovelas capitaliste ma di contenuto sociale, socialista” ha affermato il presidente venezuelano durante una puntata della trasmissione domenicale da lui condotta, “Alò presidente”, alla quale erano presenti alcuni produttori cinematografici. Interlocutori non casuali, invitati in quell’occasione a portare sul piccolo schermo il progetto già avviato per il cinema.
Con la Villa del Cine, una sorta di Cinecittà venezuelana nata per sostenere il cinema nazionale, Caracas ha infatti da qualche anno cominciato a dare spazio a generi cinematografici alternativi a quelli diffusi nelle sale del mondo globalizzato. Ora è il turno del piccolo schermo.

Ma la rivoluzione va anche fatta conoscere, va propagandata. Hugo Chávez ha capito l’importanza dei media, quindi dell’informazione, ma anche della pubblicità. Ha colto l’importanza della zona grigia nella quale informazione, propaganda e pubblicità creano l’opinione pubblica. Ha imparato la lezione dal capitalismo e dalla sua mondializzazione. Di recente il presidente bolivariano ha avuto modo di lamentare la mancanza di “una buona tecnica” pubblicitaria che diffonda e faccia conoscere a tutti le iniziative del governo. “Invece di pubblicizzare sigarette o liquori” si facciano conoscere i prodotti nazionali, ha affermato Chávez sottolineando che i cittadini conoscono i marchi di prodotti come abiti o scarpe perché “la pubblicità è una scienza”.

La Rivoluzione deve essere pubblicizzata. Vanno propagandate iniziative come la Comerso - Corporación de Mercados Socialistas - una rete di negozi statali al dettaglio per tutti i settori merceologici – dall’abbigliamento alle farmacie, dagli elettrodomestici alle concessionarie di auto – nella quale i venezuelani potranno acquistare a prezzi competitivi che non si distaccheranno molto dal costo reale di produzione, anche perché dell’intera catena produttiva se ne occuperà lo Stato. Una catena della quale fanno parte le “areperas socialistas”, la piccola rivoluzione del fast-food bolivariano, economica e culturale: sfamarsi a prezzi popolari e con prodotti tipici.
L’arepa, piatto nazionale venezuelano, è una specie di panzerotto di farina di mais ripieno di carni, formaggi o salumi. Il prezzo di mercato di una arepa, fino a pochi mesi fa, si aggirava attorno ai venti bolivar, il corrispondente di un euro e mezzo. Un prezzo capitalista, ha stabilito Chávez. Così l’arepa, nei negozi statali è venduta al prezzo calmierato di cinque bolivar, un quarto di quello di mercato.

Nel giorno dell’inaugurazione del primo negozio della catena distributiva, il presidente venezuelano ha dichiarato “Stiamo dando vita a un metodo commerciale inedito. Stiamo trasformando in realtà un principio socialista: gli alimenti non sono una merce. La soddisfazione dei bisogni primari - nella fattispecie l’alimentazione - non può essere intesa come un affare” . In questo modo “Il governo aspira a recuperare per il popolo l’arepa, trasformata dagli speculatori in business. Il socialismo non specula come il capitalismo, ma somministra un prodotto alimentare di qualità. Con 20 bolivar, una famiglia ne mangiava uno. In questo punto vendita, con lo stesso prezzo, ne compra quattro (…) si blocca il capitalismo vorace”.

Pochi mesi prima, la battaglia cultural-alimentare aveva colpito uno dei simboli più noti della globalizzazione. Nel giugno del 2009 il ministro della Salute venezuelano aveva varato un decreto per togliere dal commercio la Coca Cola “zero”. La più popolare bevanda del mondo “è nociva per il genere umano” per la presenza di componenti pericolosi, aveva affermato il ministro3. Iconoclastia della globalizzazione. Ma è una battaglia che propone alternative, quella del governo bolivariano.

Alternative al libero mercato, che significa anche appiattimento su un genere unico di prodotto, omologazione di gusti, somministrazione di cibo-spazzatura frutto della filosofia del massimo profitto con la minima spesa. Quello che con facile ironia è stato battezzato Mc Chávez è un progetto che ha a che fare con le radici e la dignità stessa del popolo, con la capacità di riconoscersi membri di una comunità. Soprattutto una comunità nella quale tutti possano avere accesso a risorse fondamentali e beni di prima necessità. I nuovi eroi per i bambini, i serial tv socialisti, i piatti tipici alla portata di tutti non sono argomenti slegati, fanno parte di un progetto culturale ambizioso e difficile. Realmente rivoluzionario, perché opporsi con tale fermezza ai modelli riconosciuti ormai universalmente come “buoni e giusti” è una missione estremamente difficile. Lo scherno riservato dalle vestali del libero mercato globalizzato alle iniziative venezuelane ne è la più cristallina dimostrazione.

                                                                                         Alessia Lai - La Voce del Ribelle - 10.9.2010

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