Resistere, Resistere, Resistere

Resistenza alla dittatura interNazi[onalsociali]sta = Resistenza all'invasione straniera = Resistenza al genocidio del popolo italiano




mercoledì 20 ottobre 2010

Morire di delocalizzazione

E' notizia di questi giorni. La Twinings, indubbiamente il più famoso produttore di thè e tisane al mondo, chiude dopo 304 anni di attività.
E non lo fa perché gli affari vanno male, tutt'altro: lo fa perché gli affari "vadano sempre meglio". Infatti, la gloriosa fabbrica Twinings sarà rimpiazzata da un moderno stabilimento situato nell'Est Europa.          Il tutto al fine di abbattere i costi di produzione. E così invece di sorseggiare thè inglese, sorseggieremo thè a marchio inglese ma prodotto in Polonia.400 dipendenti, dei quali 263 operai saranno prepensionati o licenziati.                                     Ma non è finita: nelle prossime settimane, dalla Polonia giungeranno in vacanza-studio in Inghilterra i neo-dipendenti ai quali quelli inglesi dovranno insegnare il mestiere, prima di togliere di disturbo. Oltre al danno, quindi, la più amara delle beffe. Lavoratori esperti nella lavorazione del the costretti per pochi spicci ad insegnare i segreti di un mestiere millenario ad un esercito di lavoratori presumibilmente a digiuno non solo di manualità ma anche di cultura del thè.
Questa ennesima dimostrazione di quali effetti nefasti sia in grado di produrre la globalizzazione abbinata al capitalismo sfrenato ci impone non più soltanto di riflettere sul dove vogliamo andare come genere umano e dove effettivamente stiamo andando, ma di passare all'azione. Non è più tempo di inutili chiacchiere: la De Longhi, ad esempio, ha iniziato il proprio processo di delocalizzazione in Cina nel 2001, ed oggi in Italia restano solo il marketing e la ricerca e sviluppo. La produzione del famoso condizionatore Pinguino, come tutto il resto degli elettrodomestici De Longhi, è finita oltre confine.
Tranne che per le macchinette da caffè automatico, ancora prodotte in Italia e delle quali - manco a dirlo - De Longhi è adesso leader europeo. La questione è comprendere se davvero convenga inseguire il basso costo di produzione (al quale, inevitabilmente, si abbina una scarsa qualità) andando a trasferire fabbriche e stabilimenti in Est Europa oppure Asia, oppure valorizzare la produzione italiana, qualitativamente superiore, andando a produrre "poco e bene", e vendendo ad un prezzo più elevato al consumatore finale.
Forse il futuro industriale del nostro paese è tutto qui: produrre beni appartenenti al cosiddetto segmento "luxury", a maggior valore aggiunto, riducendo la produzione e concentrando tutto su qualità, ricerca e sviluppo. Se la strada intrapresa dovesse essere differente, presto, molto presto, potremo assistere ad altri "mostri della delocalizzazione".
Cosa accadrebbe se, ad esempio, la Ferrari chiudesse le fabbriche a Maranello e le riaprisse a Timisoara? Ora tutti si affretteranno a dire che questo "non succederà mai". Ma attenzione, perché il thè per gli inglesi ha un valore paragonabile a quello delle automobili sportive per noi italiani.
E se il Quattrino diventa l'unico obiettivo da inseguire, allora il nostro destino è segnato.
I settori industriale e manifatturiero sono destinati a chiudere.
Non oggi. Forse nemmeno domani. Ma quasi certamente entro dopodomani.
Il tutto a svantaggio non solo del lavoratore, ma anche del consumatore finale.
Chi garantirà per un dentifricio fabbricato in India, per un detersivo prodotto in Kazakistan, per un latte in polvere prodotto in Cina?
La forza della marca, come vogliono farci credere le grandi multinazionali?
Peccato che il latte alla melamina fabbricato in Cina, che danneggiava i reni dei neonati, quello sequestrato ad Hong Kong e giunto - attraverso i soliti canali illegali - anche qui da noi, fosse prodotto da uno dei principali marchi di prodotti per l'infanzia.
Di quelli conosciuti, sulla sicurezza dei quali qualsiasi mamma sarebbe pronta a mettere la mano sul fuoco.
E anche volendo credere alla favoletta della "marca di qualità", chi tutela quel 50% di italiani che fanno la spesa al discount, dove cade anche quest'ultima foglia di fico ed i consumatori sono esposti a tutta una serie di etichette sconosciute facenti capo a "misere" società a responsabilità limitata di cui nessuno ha mai sentito parlare e che oggi esistono ma sulla cui esistenza domani nessuno può assolutamente garantire?
Il caso delle mozzarelle blu, in questo senso, è emblematico.
Non tanto per la colorazione del latticino, ma perché nessuno sospettava che le mozzarelle in questione fossero prodotte in Germania. E rivendute in Italia, da una società italiana, con etichetta italiana.
Ovviamente c'è una soluzione a questo problema: indicare per legge sull'etichetta da quali paesi provengono le materie prime e gli ingredienti di tutti i beni che acquistiamo normalmente quando facciamo la spesa. Eppure Giandomenico Auricchio, Presidente di Federalimentare, ha dichiarato appena lo scorso 4 settembre "L'etichettatura degli alimenti è giusta solo se è spontanea".
Gli ha prontamente risposto Nino Andena, Presidente della Coldiretti Lombardia: "Fino a quando non ci sarà l'obbligo di indicare sugli alimenti l'origine delle materie prime utilizzate, ogni azienda di trasformazione potrà fare come gli pare.
Quando il presidente di Federalimentare Giandomenico Auricchio sostiene che l'etichetta d'origine non è così importante, finge di non sapere che ci sono aziende che usano nomi e simboli del Made in Italy per vendere meglio prodotti, ad esempio formaggi e prosciutti, che di italiano hanno poco o nulla".
Risulta in ogni caso evidente non solo il nesso tra processo di delocalizzazione e aumento della disoccupazione, ma anche lo stretto legame esistente tra il processo di delocalizzazione e la salute del cittadino.
Alla luce di queste considerazioni, parrebbe poter tornare di torna di moda l'autarchia, intesa come sistema politico-economico chiuso. Ma tra G8, Comunità Europea, BCE e processi multientico-cultural-commerciali in corso, niente appare più impossibile che rintanarsi nel proprio guscio. E allora largo alla delocalizzazione!
La pastasciutta emiliana? Prodotta con grano proveniente dall'Ucraina (dove sorgeva, e sorge tutt'ora, la centrale di Chernoby).
L'olio d'oliva toscano? Prodotto con olive spagnole, greche e tunisine (quando va bene).
La mozzarella di bufala campana? Prodotta con latte di bufala congelato proveniente dal Brasile.
La bresaola della Valtellina? Prodotta con carne arrivata in aereo dall'Argentina.
Chi scrive potrebbe continuare per ore ed ore, seguitando ad elencare le quotidiane nefandezze che il consumatore italiano medio è costretto a subire.
Tuttavia è meglio fermarsi qui: l'intento era semplicemente quello di dimostrare che morire di delocalizzazione è possibile, e non solo in termini economici.
Immagino che in questo momento il lettore si stia chiedendo dove viene prodotto il dentifricio con il quale tutte le mattine si lava i denti. Forse dalla Cina. Nel 2007 in Italia ne hanno sequestrati 90.000 tubetti.
Ci hanno trovato dentro il dietilenglicolo. Un solvente che si usa in inverno per non far congelare l'olio del motore.
     Giuseppe Carlotti - La Voce del Ribelle - 9.9.2010

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martedì 12 ottobre 2010

Cos'è la prescrizione?

Molte volte ho scritto che, non fosse per un formalismo giuridico, B. potrebbe essere definito pregiudicato, già condannato, perfino delinquente, nel senso di persona che si è accertato ha commesso reati. Invece non si può, ho detto più volte, perché, con la legge ex Cirielli, da lui appositamente commissionata, alcuni suoi processi si sono conclusi con la formula: “Assolto per essere il reato ascritto estinto per prescrizione”. E ho spiegato che questa formula significava che non vi erano prove che dimostrassero l’innocenza di B., che tuttavia non poteva essere condannato perché era passato troppo tempo (secondo la benevola legge ex Cirielli, non tanto in assoluto) dal momento in cui i reati erano stati commessi.
Molti lettori dell’altra sponda (nel senso di fans di B.; ne apprezzo molto, senza sarcasmo, la decisione di essere informati a 360 gradi e di leggere quindi anche “il Fatto”) hanno osservato sul mio blog che questa cosa che ho detto è sbagliata perché, se non ci sono prove che ne dimostrano la colpevolezza, una persona non può essere condannata. Non basta, hanno detto, che non ci siano prove che dimostrano l’innocenza; ci pensi l’Accusa a dimostrare la colpevolezza; se non ci riesce, è ovvio che l’imputato deve essere assolto. Ci mancherebbe altro che taluno debba dimostrare la sua innocenza!
Così ho capito che avevo dato troppe cose per scontate; e me ne rammarico perché in genere non lo faccio. Quindi provo a spiegare. Tutti sappiamo che quando è passato un certo tempo previsto dalla legge e il processo non si è concluso con sentenza definitiva, il reato è prescritto: non si può più condannare.
A questo punto è un problema di formule di assoluzione. Il giudice deve valutare tutte le prove contenute nel fascicolo e acquisite fino a quel momento; forse se ne potrebbero acquisire altre ma, essendo intervenuta la prescrizione, non si può più fare niente (con un’eccezione, ne parlerò dopo). Se ci sono prove che dimostrano l’innocenza dell’imputato, anche se ci sono prove di segno contrario ma le prime sono più convincenti, il giudice deve assolvere: “Non ha commesso il fatto”; “il fatto non sussiste”; “il fatto non costituisce reato”; perfino “il fatto non è più previsto dalla legge come reato” (ne ha beneficiato B. che si era fatto una legge apposita sul falso in bilancio).
Quindi, anche se è maturata la prescrizione, se l’imputato è innocente perché ci sono nel fascicolo prove che lo dimostrano, il giudice lo assolve, come si dice, “con formula piena”. Nello stesso modo il giudice deve assolvere con “formula piena” se non ci sono prove che dimostrano l’innocenza ma nemmeno ci sono prove che dimostrano la colpevolezza; insomma il principio che deve essere l’Accusa a fornire le prove della colpevolezza viene rigorosamente applicato anche quando il reato è prescritto; e, se queste prove non ci sono, si assolve sempre con “formula piena”. Ma, se ci sono prove che dimostrano la colpevolezza e non ci sono prove che dimostrano l’innocenza, allora si “assolve” per prescrizione. Che, come ognuno a questo punto capisce bene, vuol dire che se il reato non fosse prescritto l’imputato sarebbe condannato.
Resta da chiarire un punto; è possibile che un approfondimento probatorio consentirebbe di trovare altre prove, magari favorevoli all’imputato. E, a questo punto, si tornerebbe al caso dell’assoluzione con “formula piena”. Ma non si può, c’è la prescrizione! si potrebbe dire. Eh no, perché, dice l’articolo 157 del Codice penale, “La prescrizione è sempre espressamente rinunciabile dall’imputato”. Sicché, se B. era innocente, come da lui sempre sostenuto, doveva solo dire: “Signori giudici, andate pure avanti con le indagini e vedrete che merito un’assoluzione con formula piena”. Ma se ne è stato ben zitto e ha contato sul fatto che Minzolini e gli altri suoi amici avrebbero truffato tutti convincendoli che, finalmente, giudici non comunisti avevano riconosciuto la sua innocenza. Ecco perché tecnicamente non si può dire che è un pregiudicato; ma che c’erano prove che aveva commesso reati, questo sì, non solo si può ma si deve dire.
[Insomma, per massima semplificazione,
UN REATO SI PRESCRIVE SOLO SE C'E' !
SOLO CHI E' COLPEVOLE PUO' ESSERE PRESCRITTO !
A questo punto è chiaro che un prescritto è un colpevole che non può essere punito. (Vedi Andreotti). Chiaro il concetto?! - NdR].

Bruno Tinti da Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2010

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sabato 2 ottobre 2010

Attentato a Belpietro - non sarà una bufala?


Non vorrei essere troppo fantasioso, e certamente non ci sono elementi concreti per sostenere quello che sto per dire; ma è una mia sensazione, intuito, chiamatelo come volete.
Forse è perchè conosco bene questa razzaccia di gente senza scrupoli con cui abbiamo a che fare e che si è impossessata del paese.
La pistola dell’”attentatore” guarda caso si inceppa (e te pareva).
L’uomo della scorta spara ben tre colpi,…ma a chi? Se ce l'ha lì davanti, possibile che nessuno dei colpi vada a segno (e te pareva, anche qui)?
L’attentatore fugge senza lasciare traccia e senza incontrare nessuno che lo veda o lo ostacoli (ari te pareva).
Ed infine Belpietro ben 11 ore dopo il fatto nel raccontare l'accaduto afferma che l'uomo della scorta ha reagito ad un colpo sparato dall'attentatore, cosa falsa perchè l'attentatore non ha sparato un solo colpo; possibile un errore così grosso e dopo tanto tempo? Ciò è tipico di chi mente incorrendo in piccoli inciampi involontari.
Dunque, come dicevo, non vorrei che questi scherzetti fossero montati ad arte (guarda caso l’attentatore è fuggito e credo che non se ne saprà più niente) per preparare il terreno per attentati VERI alla parte politica avversa, (gli attentati agli uomini del potere da che mondo è mondo vengono fatti da poveracci ed in genere falliscono, mentre quelli contro chi contesta il potere da che mondo e mondo vengono fatti dal potere stesso ed in genere riescono), quelli che realmente servono, quelli che fanno davvero danno, quelli hanno davvero un senso, potendo poi affermare da un lato che “anche noi abbiamo subito lo stesso” (quindi siamo povere e innocenti vittime al pari di voi) e dall’altro che ciò è dovuto al clima di odio creato dall’opposizione (per cui i responsabili dell’attentato contro di voi siete voi stessi).
Più ci penso e più tutto ciò mi appare strano, e con le caratteristiche di qualcosa di costruito ad arte (per la solita platea di scemi televisivi che si beve tutto) e per qualche scopo traverso.
Ecco, spero davvero che non sia come penso, e che sia solo una mia ipotesi esagerata.

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