Resistere, Resistere, Resistere

Resistenza alla dittatura interNazi[onalsociali]sta = Resistenza all'invasione straniera = Resistenza al genocidio del popolo italiano




sabato 21 agosto 2010

Declino e (in)cultura

Tocca dirlo: ha ragione Ernesto Galli della Loggia quando sul Corriere della settimana scorsa indica nel vuoto di progettualità, di creatività, di slancio visionario la causa del declino dell’Italia. Ma tale causa ha a sua volta una causa più profonda: la marginalizzazione della cultura. In altre parole: essersi arresi al fatto che le idee, senza le quali la cultura intesa nel significato più ampio non esisterebbe, sono diventate inutili, superflue, irrilevanti. Sostituite dal loro esatto contrario: l’irriflessivo senso comune modellato sul consumo commerciale. Nel mercato delle merci si producono e si digeriscono a forza oggetti di cui viene artificialmente creato un bisogno che prima non c’era. Nell’industria pseudo-culturale, regolata dai ritmi e dal sensazionalismo delle spettacolo, ci fanno sorbire una continua ed estenuante successione di avvenimenti di cui si sfugge il senso. Perché, semplicemente, un senso non c’è che non sia quello, puramente quantitativo, degli indici di ascolto, di vendite, di profitto.

Nella vetrina della televisione e dei grandi circuiti editoriali e d’informazione conta solo se il tuo libro vende, se la tua mostra fa notizia, se la tua posizione politica alimenta la logica autoreferenziale degli intrighi di palazzo. Se la tua idea, di qualsiasi campo essa sia, fa il gioco del titolone a effetto. E per strapparlo, occorre da un lato allinearsi, quindi pensare in funzione di ciò che può attirare quattrini, pubblicità e ricavi, dall’altro escogitare il modo per passare da anticonformista, cioè da perfetto conformista perché nella società dello scoop effimero chi la spara grossa pur di spararla è l’ideale servo del sistema.
Il contenuto è secondario. O meglio, dev’essere subordinato al meccanismo totalitario dello show business, che non tollera, o li tollera male lasciandoli ai margini, i punti di vista che si pongono fuori dalla sua agenda. Grosso modo fino agli anni ’70 del secolo scorso, il dogmatismo commerciale non aveva ancora conquistato il potere assoluto. La cultura d’idee manteneva una sua dignità, e difatti fu fino ad allora che il nostro paese potè vantare una vita intellettuale varia, ricca, di spessore. C’erano fior di romanzieri, poeti, filosofi, artisti figurativi, critici. I politici, per quanto già la corruzione dilagasse, si facevano un punto d’onore nell’affiancare ai propri partiti riviste, centri studi, case editrici. Ferveva un dibattito fortemente ideologizzato che nell’ultimo scorcio presentava le degenerazioni della decadenza, ma che quanto meno volava pur sempre alto. Era, insomma, un’Italia che pensava. E che si pensava, rifletteva su sé stessa.

Oggi, quello che ha scritto ieri su questo giornale online l’ottimo Zamboni a proposito della politica, vale per l’intera antropologia italiana: il pensiero tout court si è ridotto a variabile di bilancio di un popolo assuefatto a vivere come in una grande Spa. Dove, per citare il vecchio Fromm, l’essere s’identifica con l’avere. E se è davvero il materialismo economico l’ossatura della mentalità dominante, il terreno si fa sterile e le idee disinteressate – slegate da un immediato interesse in denaro - non germogliano. Viene da qui l’incapacità della politica di darsi un’identità adatta ai tempi, al cui posto c’è il blabla dell’ordinaria amministrazione dell’esistente. Un’identità che non può esserci perché altrimenti dovrebbe fare i conti con lo scopo stesso della politica: cambiare la realtà attraverso l’arte del decidere. Ma oggi non è permesso cambiare un bel nulla, perché a decidere per i politici e per noi sono coloro che reggono i fili della macchina produttiva: grande finanza, grande industria, grandi media. Gli omuncoli della partitocrazia, digiuni di idealità e di buone letture, cresciuti a pane e televisione come tutti, si sottomettono volontariamente. Seguiti in massa dai cittadini-sudditi, anch’essi nella loro stragrande maggioranza privi, se non proprio di cultura, quanto meno di rispetto per essa.
                                                    Alessio Mannino - La Voce del Ribelle - martedì, luglio 13, 2010

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