Resistere, Resistere, Resistere

Resistenza alla dittatura interNazi[onalsociali]sta = Resistenza all'invasione straniera = Resistenza al genocidio del popolo italiano




venerdì 27 agosto 2010

Immigrati a go-go? Il rimedio sbagliato per un modello sballato

Ricostruiamo l’antefatto, per cominciare. Lunedì scorso, in questo stesso spazio, Ferdinando Menconi ha commentato l’intervento di Gianfranco Fini al seminario organizzato dall’associazione “Libertiamo” e, prendendo spunto dalle dichiarazioni del presidente della Camera, ha messo in discussione alcuni dei più diffusi luoghi comuni in materia di immigrazione. Per farla breve – e ricordando che il pezzo era a sua volta assai sintetico, e giocato più sul sarcasmo che finalizzato a un’analisi dettagliata dei diversi aspetti del problema – il succo era questo: a differenza di quello che si dice e si ripete di solito, non è affatto vero che gli immigrati siano indispensabili al nostro sistema economico e sociale.

La versione abituale è che non possiamo più farne a meno perché da un lato si sobbarcano i lavori che noi italiani non siamo più disposti a fare, e perché, dall’altro, rimpolpano le esauste casse dell’Inps permettendo così di garantire l’erogazione delle pensioni presenti e (soprattutto) future.
Secondo Menconi, invece, gli immigrati diventano indispensabili perché il mercato del lavoro è degradato. E quindi, tra stipendi da fame, precarizzazioni varie e illegalità allo stato puro, non offre una sistemazione adeguata a quei cittadini italiani che, in caso contrario, accetterebbero anche mansioni faticose e poco gratificanti. Testualmente: “ci fossero abbastanza posti di lavoro in regola i nostri giovani sarebbero ampiamente sufficienti per pagare le pensioni, che poi è fattore secondario rispetto al diritto costituzionale dei giovani, e non solo, di poter condurre una onesta e dignitosa vita grazie al lavoro prestato”.

Un paio di lettori, Vittorio Paniccia e Giorgio Resci, l’hanno presa male. E hanno lamentato un deficit di documentazione e, quindi, di approfondimento. Paniccia è stato estremamente sintetico: ha indicato il link a un articolo apparso su “lavoce.info” (E l’immigrato aiuta la pensione degli italiani, firmato da Andrea Stuppini e pubblicato in data 01.12.2009 - NdR), e si è limitato ad aggiungere che “come al solito la situazione è più complicata”. Resci è andato oltre, mischiando qualche osservazione specifica a una serie di richiami, che magari si sarebbero potuti esprimere in maniera un po’ meno sprezzante, alla necessità di informarsi meglio, prima di scrivere. Vedi il conclusivo: “Ci sono vari problemi signor Menconi, si chiama complessità, e non si può ricondurre tutto all’abbondanza di lavoratori stranieri, che per loro natura sono una risorsa, e attualmente ci stanno parando il culo”.

Complessità? Benissimo. Vediamo dove ci porta, allora.

La parola chiave è un avverbio, che non a caso viene utilizzato anche da Resci. “Attualmente”. Si analizzano i fenomeni per come sono, per come si stanno manifestando “qui e ora”, e ci si dimentica che essi non sono né casuali né, tantomeno, immutabili. Quelli che vengono assunti come dei dati di fatto, dai quali non si può prescindere, non sono altro che gli esiti di una serie di premesse teoriche e di azioni pratiche, che a poco a poco ci hanno portati al punto in cui siamo. Fin tanto che rimaniamo all’interno di questa prospettiva, che non abbiamo deciso noi ma che ci è stata imposta, le nostre chance di risolvere i problemi sono pressoché nulle.

Per esempio: se accettiamo la logica del liberismo e della globalizzazione, coi loro feticci del Pil e della libera circolazione dei capitali e delle merci, ci troveremo fatalmente risucchiati nel gioco al massacro della competizione sfrenata e della crescita senza fine. Come si fa a produrre di più? Come si fa ad avere una moneta più forte? Come si fa ad accrescere i redditi interni, e quindi i consumi? Orrore: è crollato il Dow Jones. Magnifico: si è impennato il Nasdaq.

L’unica via d’uscita è riformulare il problema. Fino a riscriverlo ex novo. Ma anche senza arrivare a tanto – o meglio: in attesa di arrivare a tanto – si deve assolutamente riconquistare la massima autonomia possibile nell’interpretazione delle diverse dinamiche sociali ed economiche. Come? È presto detto. Passando dalla mera gestione delle cose-come-sono, alla progettazione delle cose-come-possono-diventare. Invertendo, cioè, il processo di svuotamento progressivo dell’idea stessa di politica, che a partire dagli anni Novanta è stata privata del meglio delle sue potenzialità. Da fucina di valori etici e di modelli relazionali, a semplice custode della legalità formale e della (pseudo) democrazia. Ricordate? Le ideologie sono morte. Non c’è nient’altro da inventare, ora che si sono scolpite le tavole della legge, con a destra i dogmi del liberismo e a sinistra le chiacchiere sui diritti universali. La politica, d’ora in poi, deve limitarsi a organizzare/imbrigliare i cittadini, evitando che possano anche solo immaginare qualcosa di diverso. Il presente diventa tutt’uno col passato e col futuro. Ovvio: sono stadi successivi di un processo omogeneo.

È come nei test sul QI: c’è una sequenza di numeri, o di figure, e bisogna “indovinare” qual è la cifra o l’immagine che le completa. Il presupposto è che si è tanto più intelligenti quanto più ci si riesce. L’inganno è che ti abituano all’idea di incanalare il tuo “acume” in un alveo prefissato. Complimenti: sei davvero molto intelligente, caro il mio automa.

Torniamo all’immigrazione, adesso. Menconi scrive che se ci fossero “abbastanza posti di lavoro in regola i nostri giovani sarebbero ampiamente sufficienti per pagare le pensioni”; Resci lo sbertuccia: “Ma certo, è giusto: chi non manderebbe il proprio figlio laureato in giurisprudenza a caricare sacchi di cemento in un cantiere edile, se questo lavoro fosse ‘ben retribuito’???”.

Detto serenamente: che c’entra? Menconi non ha mica affermato che la presenza degli immigrati è la causa prima della disoccupazione intellettuale. Ha detto che, in generale, se tutti i lavori venissero retribuiti a norma di legge, e svolti in condizioni di piena sicurezza, molti giovani che oggi non sanno dove sbattere la testa non si lascerebbero sfuggire l’occasione di avere un contratto regolare e uno stipendio decente. Se poi ci sono, come in effetti ci sono, giovanotti laureati a vanvera e genitori accondiscendenti, non è che lo si debba considerare come un destino ineluttabile. Al contrario: dovrebbe essere il punto di partenza di un ripensamento a tutto campo, che riguardi innanzitutto il sistema dell’istruzione (e noi della Voce del Ribelle, infatti, ce ne siamo occupati già a dicembre 2008, mettendo bene in chiaro che una delle finalità prioritarie della Scuola dovrebbe essere quella di dissuadere chi non ha una vera attitudine allo studio e spingerlo a lasciar perdere, per prepararsi invece a svolgere un’attività meno ambiziosa ma più alla sua portata).

Quanto alla questione demografica, infine, anche qui c’è da distinguere tra ciò che sta accadendo ora e ciò che potrebbe accadere in futuro, una volta che avessimo deciso di cambiare direzione. Fino a qualche anno fa, infatti, il messaggio prevalente era che meno figli si facevano e meglio era. In termini generali c’era un problema di sovrappopolazione mondiale; in termini specifici l’Italia aveva (e si suppone che abbia ancora...) una conformazione sfavorevole a un incremento massiccio della popolazione. Adesso, oplà, si scopre il contrario: ci servono un sacco di bimbi perché la vita si allunga e stiamo diventando un Paese di vecchi; e siccome non siamo in grado di provvedere da soli, perché in attesa di diventare vecchi siamo già diventati pieni di fisime, meno male che ci sono gli immigrati, che evidentemente non si sono documentati a fondo sulla nostra geografia e, bontà loro, sfornano figlioli a tutt’andare.

La verità, tanto per cambiare, è che l’unico motivo dell’inversione di tendenza non è culturale ma economico. E-co-no-mi-co. Chissenefrega del territorio montuoso e chissenefrega della scarsità di spazio abitabile. Poiché i conti dell’Inps lo esigono, ecco che bisogna aumentare di gran carriera il numero dei giovani in attività, in modo tale da controbilanciare quello degli anziani che non lavorano più e che reclamano la pensione. Non abbiamo giovanotti “autoctoni”? No problem: li importiamo dall’estero, come le fragole a Natale e le banane tutto l’anno.

A fronte di tanta complessità, dunque, la conclusione è semplice. Se continuiamo a vivere giorno per giorno – senza fare previsioni a lungo termine e, soprattutto, senza capire che le nostre difficoltà sono indissolubilmente legate a questo specifico modello di economia e di sviluppo – non potremo che rincorrere soluzioni occasionali. Se Ferdinando ha sbagliato, si fa per dire, è solo in questo: è nell’aver cercato di riversare un po’ di buon senso in una realtà totalmente insensata. Ma non è che non lo sappia benissimo anche lui, come stanno le cose. È che il suo bersaglio di giornata erano i luoghi comuni sull’immigrazione, e il suo era solo un articolo breve adatto a questo spazio quotidiano. La teoria generale, di regola, ce la teniamo per il mensile.

                                                  Federico Zamboni - "La Voce del Ribelle", mercoledì, 3 marzo 2010

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sabato 21 agosto 2010

Declino e (in)cultura

Tocca dirlo: ha ragione Ernesto Galli della Loggia quando sul Corriere della settimana scorsa indica nel vuoto di progettualità, di creatività, di slancio visionario la causa del declino dell’Italia. Ma tale causa ha a sua volta una causa più profonda: la marginalizzazione della cultura. In altre parole: essersi arresi al fatto che le idee, senza le quali la cultura intesa nel significato più ampio non esisterebbe, sono diventate inutili, superflue, irrilevanti. Sostituite dal loro esatto contrario: l’irriflessivo senso comune modellato sul consumo commerciale. Nel mercato delle merci si producono e si digeriscono a forza oggetti di cui viene artificialmente creato un bisogno che prima non c’era. Nell’industria pseudo-culturale, regolata dai ritmi e dal sensazionalismo delle spettacolo, ci fanno sorbire una continua ed estenuante successione di avvenimenti di cui si sfugge il senso. Perché, semplicemente, un senso non c’è che non sia quello, puramente quantitativo, degli indici di ascolto, di vendite, di profitto.

Nella vetrina della televisione e dei grandi circuiti editoriali e d’informazione conta solo se il tuo libro vende, se la tua mostra fa notizia, se la tua posizione politica alimenta la logica autoreferenziale degli intrighi di palazzo. Se la tua idea, di qualsiasi campo essa sia, fa il gioco del titolone a effetto. E per strapparlo, occorre da un lato allinearsi, quindi pensare in funzione di ciò che può attirare quattrini, pubblicità e ricavi, dall’altro escogitare il modo per passare da anticonformista, cioè da perfetto conformista perché nella società dello scoop effimero chi la spara grossa pur di spararla è l’ideale servo del sistema.
Il contenuto è secondario. O meglio, dev’essere subordinato al meccanismo totalitario dello show business, che non tollera, o li tollera male lasciandoli ai margini, i punti di vista che si pongono fuori dalla sua agenda. Grosso modo fino agli anni ’70 del secolo scorso, il dogmatismo commerciale non aveva ancora conquistato il potere assoluto. La cultura d’idee manteneva una sua dignità, e difatti fu fino ad allora che il nostro paese potè vantare una vita intellettuale varia, ricca, di spessore. C’erano fior di romanzieri, poeti, filosofi, artisti figurativi, critici. I politici, per quanto già la corruzione dilagasse, si facevano un punto d’onore nell’affiancare ai propri partiti riviste, centri studi, case editrici. Ferveva un dibattito fortemente ideologizzato che nell’ultimo scorcio presentava le degenerazioni della decadenza, ma che quanto meno volava pur sempre alto. Era, insomma, un’Italia che pensava. E che si pensava, rifletteva su sé stessa.

Oggi, quello che ha scritto ieri su questo giornale online l’ottimo Zamboni a proposito della politica, vale per l’intera antropologia italiana: il pensiero tout court si è ridotto a variabile di bilancio di un popolo assuefatto a vivere come in una grande Spa. Dove, per citare il vecchio Fromm, l’essere s’identifica con l’avere. E se è davvero il materialismo economico l’ossatura della mentalità dominante, il terreno si fa sterile e le idee disinteressate – slegate da un immediato interesse in denaro - non germogliano. Viene da qui l’incapacità della politica di darsi un’identità adatta ai tempi, al cui posto c’è il blabla dell’ordinaria amministrazione dell’esistente. Un’identità che non può esserci perché altrimenti dovrebbe fare i conti con lo scopo stesso della politica: cambiare la realtà attraverso l’arte del decidere. Ma oggi non è permesso cambiare un bel nulla, perché a decidere per i politici e per noi sono coloro che reggono i fili della macchina produttiva: grande finanza, grande industria, grandi media. Gli omuncoli della partitocrazia, digiuni di idealità e di buone letture, cresciuti a pane e televisione come tutti, si sottomettono volontariamente. Seguiti in massa dai cittadini-sudditi, anch’essi nella loro stragrande maggioranza privi, se non proprio di cultura, quanto meno di rispetto per essa.
                                                    Alessio Mannino - La Voce del Ribelle - martedì, luglio 13, 2010

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lunedì 16 agosto 2010

Quando l'Africa si aiutava da sola

Sui fattacci di Rosarno anche la stampa più bieca e razzista è stata costretta a prendere le parti degli immigrati («Hanno ragione i negri» ha titolato il Giornale, 9/1), sfruttati fino all'osso per i famosi lavori che «gli italiani non vogliono più fare«, costretti a vivere in case di cartone e, come se non bastasse, presi anche a pallettoni. Ed è assolutamente ipocrita chiamarli "neri", in linguaggio "politically correct", come fa la sinistra se poi li si tratta da "negri" che è il senso ironico del titolo di Feltri.

Quando però si analizzano le cause di queste migrazioni ormai bibliche, che portano a situazioni tipo Rosarno in Europa e negli Stati Uniti, la stampa occidentale resta sempre, e non innocentemente, in superficie. Si dice che costoro sono attratti dalle bellurie del nostro modello di sviluppo. Ora, no c'è immigrato che non possegga almeno un cellulare e che non sia in grado di avvertire chi è rimasto a casa di che "lacrime grondi e di che sangue" questo modello, per tutti e in particolare per chi, come l'immigrato, è l'ultima ruota del carro. Si dice allora che costoro sono costretti a venire qui a fare una vita da schiavi a causa della povertà e della fame che strazia i loro Paesi. E questo è vero. Ma non si spiega come mai queste migrazioni di massa sono cominciate solo da qualche decennio e vanno aumentando in modo esponenziale. In fondo le navi esistevano anche prima e pure i gommoni. Il fatto che gli immigrati di Rosarno siano prevalentemente provenienti dall'Africa nera ci dà l'opportunità di spiegarlo.

L'opinione pubblica occidentale, anche a causa della "disinformatia" sistematica dei suoi media, è convinta che la fame in Africa sia endemica, che esista da sempre. Non è così. Ai primi del Novecento l'Africa nera era alimentarmente autosufficiente. Lo era ancora, in buona sostanza (al 98%), nel 1961. Ma da quando ha cominciato ad essere aggredita dalla pervasività del modello di sviluppo industriale alla ricerca di sempre nuovi mercati, per quanto poveri, perché i suoi sono saturi, la situazione è precipitata. L'autosufficienza è scesa all'89% nel 1971, al 78% nel 1978. Per sapere quello che è successo dopo non sono necessarie le statistiche, basta guardare le drammatiche immagini che ci giungono dal Continente Nero o anche osservare a cosa siano disposti i neri africani, Rosarno docet, pur di venir via. Cos'è successo? L'integrazione nel mercato mondiale ha distrutto le economie di sussistenza (autoproduzione e autoconsumo) su cui quelle popolazioni avevano vissuto, e a volte prosperato, per secoli e millenni, oltre al tessuto sociale che teneva in equilibrio quel mondo (come è avvenuto in Europa agli albori della Rivoluzione industriale quando il regime parlamentare di Cromwell, preludio della democrazia, decretò la fine del regime dei "campi aperti" (open fileds), cosa a cui le case regnanti dei Tudor e degli Stuart si erano opposte per un secolo e mezzo, buttando così milioni di contadini alla fame pronti per andare a farsi massacrare nelle filande e nelle fabbriche così ben descritte da Marx e d Engels). Oggi, nell'integrazione mondiale del mercato, nella globalizzazione, i Paesi africani esportano qualcosa ma queste esportazioni sono ben lontane dal colmare il deficit alimentare che si è venuto così a creare. E quindi la fame.

Senza per questo volerlo giustificare il colonialismo classico è stato molto meno devastante dell'attuale colonialismo economico. Fra i due c'è una differenza sostanziale, di qualità. Il colonialismo classico si limitava a conquistare territori e a rapinare materie prime di cui spesso gli indigeni non sapevano che farsi, ma poiché le due comunità rimanevano separate e distinte poco cambiava per i colonizzati che, a parte il fatto di avere sulla testa quegli stronzi, continuavano a vivere come avevano sempre vissuto, secondo la loro storia, tradizioni, costumi, socialità, economia. Il colonialismo economico, invece, ha bisogno di conquistare mercati e per farlo deve omologare le popolazioni africane (come del resto le altre del cosiddetto Terzo Mondo) alla nostra "way of life", ai nostri costumi, possibilmente anche alle nostre istituzioni (la creazione dello Stato, per soprammercato democratico o fintamente democratico, ha avuto un impatto disgregante sulle società tribali), per piegarle ai nostri consumi. In Africa si vedono neri con i rayban (con quegli occhi!) e il cellulare, che costano niente, ma manca il cibo. Perché il cibo non va dove ce n'è bisogno, va dove c'è il denaro per comprarlo. Va ai maiali dei ricchi americani e, in generale, al bestiame dei Paesi industrializzati, se è vero che il 66% della produzione mondiale di cereali è destinato alla alimentazione degli animali dei Paesi ricchi (dato Fao). E adesso ci si è messa anche la Cina, new entry in questo gioco assassino, che compra, con la complicità dei governanti corrotti, intere regioni dell'Africa nera la cui produzione, alimentare e non, non va ai locali, sfruttati peggio degli immigrati di Rosarno, ma finisce a Pechino e dintorni.

Ma l'invasione del modello di sviluppo egemone ha anche ulteriori conseguenze, quasi altrettanto gravi della fame. Sradicati, resi eccentrici rispetto alla propria stessa cultura che è finita nell'angolo, scontano una pesantissima perdita di identità. A ciò si devono le feroci guerre intertribali cui abbiamo assistito, con ipocrito orrore, negli ultimi decenni. Perché le guerre in Africa, sia pur con le ovvie eccezioni di una storia millenaria, avevano sempre avuto una parte minoritaria rispetto alla composizione pacifica fra le sue mille etnie (J.Reader, "Africa", Mondadori, 2001). E così fra fame, miseria, guerre, sradicamento, distruzione del loro habitat, costretti a vivere con i materiali di risulta del mondo industrializzato (si vada a Lagos, a Nairobi o in qualsiasi altra capitale africana) i neri migrano verso il centro dell'Impero cercandovi una vita migliore. O semplicemente una vita.

E i nostri "aiuti", anche quando non sono pelosi, non solo non sono riusciti a tamponare il fenomeno della fame e della miseria, in Africa e altrove, come è emerso dal recente vertice della Fao tenuto a Roma, ma l'hanno aggravato perché tendono ad integrare ulteriormente le popolazioni del Terzo Mondo nel mercato unico mondiale, stringendo così ancor di più il cappio intorno al loro collo. Alcuni Paesi e intellettuali del Terzo Mondo lo avevano capito per tempo. Una ventina di anni fa, in contemporanea con una delle periodiche riunioni del G7 (allora c'era ancora il G7), i sette Paesi più poveri del mondo, con alla testa l'africano Benin, organizzarono un polemico controsummit al grido: «Per favore non aiutateci più!». Ma non vennero ascoltati.
                                                                                            Massimo Fini - il Fatto 13 gennaio 2010

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