Resistere, Resistere, Resistere

Resistenza alla dittatura interNazi[onalsociali]sta = Resistenza all'invasione straniera = Resistenza al genocidio del popolo italiano




martedì 20 luglio 2010

Melting pot senza condizioni


Da studenti di giurisprudenza, accogliamo sempre con un certo divertimento le sentenze della corte di cassazione, perché confermano una nostra teoria, perorata tra l’altro da anni di frequentazioni di professori e “ricercatori” di tale ambiente “d’elite”, che chiunque passi anni tra codici e nella memorizzazione pedissequa di articoli e fattispecie, è destinato invariabilmente a perdere il contatto con la realtà. O peggio, a creare una realtà edulcorata basata sugli “immortali princìpi” della nostra “sacra” costituzione, feticcio da adorare come un Libro Sacro, da non contestare mai, oggetto di masturbazioni collettive di codesti individui.La storia delle pronunce della corte di cassazione è lunga e anche molto divertente, e non staremo qui a ricordarla. Ci vogliamo invece soffermare su una delle probabili -in quanto attesa tra qualche giorno- ultime “perle” della stessa, che, tra l’altro, non nasce dal nulla, ma si inserisce in un quadro preciso di “politicaly correct”, di invito al “multiculturalismo”, all’ “integrazione” e via dicendo.

Il caso è quello recente di una coppia italiana che si era dichiarata disponibile all’adozione di due bambini, di età non superiore ai cinque anni, non importa di quale sesso e religione. E già qui, aggiungiamo noi, la “tolleranza” è a buoni livelli, per gli standard buonisti della nostra società. Ma, aggiungevano, non erano disponibili ad accogliere bambini di pelle scura o di etnìa tipicamente non europea.

Apriti cielo. È arrivata la solita associazione di “volontariato”, di anime belle che intendono colmare i loro vuoti interiori con un peloso aiuto ai bisognosi, ai derelitti, agli svantaggiati e ai discriminati.
Nulla di che in questo. Se in questa società non è più possibile trovare un centro in sé stessi, e se si è davvero obbligati a “muoversi”, a fare, a produrre, quantomeno questa attività supplisce in parte alla scomparsa della struttura familiare-patriarcale e delle reti di solidarietà tra vicini e consimili, ed è certo più “meritevole” (anche se comunque indice di disequilibrio). Il problema è che tutta questa gente ha, congenito, un tremendo vizio: sono convinti di detenere l'unica verità. Sono convinti che il loro intervento sia necessitante per salvaguardare la deriva “fascista” e “xenofoba”, tutti bei termini che fanno tanto audience e piacciono tanto alle suddette anime belle. Sono convinti di dover redimere, educare, formare tutto il mondo, un po’ come i loro antenati enciclopedisti, accecati dalle magnifiche e progressive sorti dell’umanità.

Questa associazione ha fatto ricorso sulla base del fatto che il decreto emesso dal tribunale contiene "una palese discriminazione su base razziale nei confronti di minori di colore e di etnia straniera a quelle presenti in Europa". La decisione è attesa nelle prossime settimane, ma non sarebbe strano se, sull’onda del buonismo livellatore imperante, si decidesse di mettere alla berlina questa coppia.
Possiamo già immaginare i cori dei mondialisti e multiculturalisti: “i bambini sono tutti uguali, sono tutti belli e innocenti”: affermazione in fondo anche veritiera. Ma non è stato considerato qui un punto di primaria importanza: avrà questa coppia il diritto di scegliere di integrare nella loro famiglia qualcuno che sia il più possibile simile a loro? Avranno diritto di volere un figlio, anche non loro, che gli rassomigli il più possibile? Anche solo per dare la possibilità al bimbo, nel caso egli fosse di tenera età, di fargli credere di essere il loro figlio naturale per fargli avere un'infanzia serena, cosa che evidentemente non è possibile fare se il colore della pelle è nero o gli occhi sono a mandorla? O fosse anche per qualsiasi altra ragione, sarà comunque diritto di ognuno decidere di chi circondarsi? Che tipo di persone avere nella propria vita?

Secondo la società modern-buonista evidentemente no. Occorre omologarsi ai diktat dell’accoglienza, dell’indiscriminato "amore" verso tutto e tutti. Perchè come si è visto, non sempre c'entra il razzismo. Ma questi sono dettagli per gli ideologizzati del politicamente corretto dominante, anche fosse per la volontà dei genitori di dare al bimbo un'infanzia più normale possibile, cosa di cui probabilmente a loro interessa ben poco, molto meno che non conformarsi al dogma imperante del melting pot universale programmato.

E che dire allora dei molti casi di coppie vip bianche che nell'adottare dei bambini, li scelgono tutti rigorosamente non europei -soprattutto neri, ma anche asiatici, arabi ecc: si tratta di razzismo oppure no? Tutti i vari "umanitaristi" del mondo dello spettacolo, da Madonna ad Angelina Jolie e Brad Pitt (nella foto in alto con la loro famiglia "multietnica"), da Emma Thompson a Meg Ryan -solo per citarne alcuni perchè la lista sarebbe sterminata- che adottano bimbi in difficoltà ma solo se neri o con gli occhi a mandorla, perchè si noti in modo indelebile che trattasi di figli adottivi presi dai paesi poveri, in modo da diventare sempre più appetibili per sponsor e quant'altro...tutta questa bella forma di sciacallaggio "umanitario" mediatico non è forse essa stessa una forma di razzismo all'incontrario, un vero atto discriminatorio e a sfondo razziale, seguendo i parametri degli universalisti?

E' evidente la mala fede di questa mentalità, anche da un altro punto di vista. Se per esempio, di fronte alla richiesta di potere scegliere il sesso del bambino adottivo si ribadisce che ciò non è possibile allo stesso modo in cui non si può scegliere il sesso del figlio naturale (giustissimo), mettendola su questo tenore, se cioè il bimbo adottato deve seguire il più possibile una condizione "naturale", allora dovrebbe valere per ogni aspetto del bimbo, anche per l'etnia, senza che si tirino in ballo assurdità ridicole tipo razzismo o altro. Perchè seguendo questa logica, la prima ad essere "razzista" sarebbe la natura che si ostina da millenni a far nascere da genitori bianchi, bimbi bianchi.

Evidentemente qui, diversamente dalla scelta del sesso, il discorso non vale più: la natura va "corretta", perchè tutto deve essere multi-qualcosa, di modo che in futuro nel nostro mondo resti solo un'unico amalgama informe di individui multi-etnici, multi-culturali, multi-religiosi ma rigorosamente tutti uguali -tutti uguali in quanto mischiati- tutti consumatori accaniti, tele-dipendenti, tecno-dipendenti e sostenitori unanimemente dell'"american way of life". Perchè se al mondo restasse ancora qualche identità di qualunque tipo -etnica, religiosa, culturale- questo progetto naufragherebbe. Questo è quello che si vuole. Per tutti, per ogni popolo, per ogni luogo, senza condizioni.

                                                                     Fabio Mazza - 19 giugno 2010 - Il Giornale del Ribelle

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giovedì 15 luglio 2010

INFORMAZIONE LA FREEDOM HOUSE METTE IL BEL PAESE AL 72ESIMO POSTO CON BENIN E INDIA: DI CHI È LA COLPA?

Stampa libera ecco perché anche il Tonga supera l’Italia   __
 
La classifica della Ong Usa relega i media italiani tra i “parzialmente liberi”. Merito anche di Berlusconi.
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Penultimi in Europa
Peggio di roma c'è solo Istambul: il Vecchio Continente è tutto "free"
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 “Outlier”, ovvero un caso estremo, isolato, speciale, eccezionale. Questo è l’Italia – secondo il rapporto sulla libertà di stampa nel mondo – all’interno della categoria dei Paesi “parzialmente liberi”. Una definizione che esprime stupore e «preoccupazione» da parte della Freedom House, organizzazione indipendente USA che ogni anno stila la classifica su 196 nazioni: nell’edizione del 2010 l’Italia è settantaduesima per libertà di informazione, a pari merito con Benin, Hong Kong e India, superata anche da Trinidad e Tobago, Cile e Vanuatu che risultano “totalmente liberi” e da Tonga e Sud Africa, anche loro “parzialmente liberi”. «Una situazione a dir poco strana se si guarda al “vicinato”», spiega Karin Karlekar della ONG. In un’Europa occidentale in cui il 92% dei Paesi sono classificati come “free”, l’Italia merita il penultimo posto, seguita solo dalla Turchia con cui occupa quell’8% residuo di “party free”, marchio che porta per il secondo anno consecutivo e che aveva già tra 2004 e 2006. Ma cosa è cambiato dal sessantacinquesimo posto tra i “liberi” conquistato nel 2008 e cosa allontana l’Italia dalla vetta della classifica occupata da Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia?
Censura e attacchi ai media
Secondo Karlekar l’Italia rimane, come nel 2009, «nella categoria dei “parzialmente liberi” per l’incremento dei tentativi da parte del Governo di interferire nella politica editoriale delle emittenti pubbliche». Ma l’ONG di Washington chiama le cose con nome e cognome quando affronta l’argomento Le minacce alla libertà dei media continuano a destare preoccupazioni anche nelle forti democrazie. «In Italia – spiega Karlekar – le condizioni sono peggiorate da quando Silvio Berlusconi si è scontrato con la stampa per la copertura delle sue vicende personali, arrivando ad azioni legali contro testate sia nazionali che straniere, e da quando emittenti controllate dallo Stato hanno censurato i contenuti critici».
Proprietà concentrata
Tra i difetti del sistema informativo italiano, però, la Freedom House menziona anche la «pesante concentrazione dei media» in poche mani. La metodologia usata dalla ONG per la classifica tiene conto, infatti, di 109 indicatori riducibili a 23 domande e tre aree: ambiente legale, ambiente politico e ambiente economico. Dal punto di vista legale si considera se il Paese è dotato di leggi che tutelino la libertà di stampa, quanto sia accessibile la professione di giornalista, quanto siano efficaci le authority delle comunicazioni e se il codice penale prevede “punizioni”e restrizioni per i reporter – aspetto che per l’Italia viene penalizzato dalla norma in discussione sull’uso giornalistico delle intercettazioni. Dal punto di vista politico – come esplicita il rapporto – penalizza tutto ciò che è controllo politico o governativo delle emittenti statali, oltre all’accesso ristretto alle fonti, alla censura e all’autocensura. Passando all’ambiente economico l’Italia perde molti punti su alcuni dei quesiti cruciali: «Quanti media sono di proprietà o controllati dal Governo?». A questa domanda ha risposto ieri anche l’organizzazione Reporter Senza Frontiere denunciando che l’Italia è «l’unico Paese al mondo nel quale il presidente del Consiglio controlla direttamente la quasi totalità delle reti tv nazionali: da una parte i tre canali della tv di Stato RAI in quanto premier e dall’altra il più grande gruppo radiotv privato (tre canali e diversi giornali)». Una criticità che non si ferma all’“anomalia Berlusconi”: l’Italia perde punti anche nel quesito sulla trasparenza della proprietà dei media grazie a una storia di scalate a gruppi editoriali, concentrazioni e intrecci proprietari che di trasparente hanno ben poco.<<

COSA NOSTRA TRA I 40 NEMICI DEI MEDIA INSIEME AI DITTATORI E A SIGLE DEL TERRORE                    
Il rapporto di Rsf accusa le mafie attive sulla Penisola
C’è anche la «criminalità mafiosa italiana» tra i 40 “Nemici della libertà di stampa”, elencati nel rapporto annuale diffuso ieri da Reporter Senza Frontiere (RSF) in occasione della giornata mondiale della libertà di stampa. «I commercianti, gli imprenditori e i magistrati italiani non sono le uniche vittime delle organizzazioni criminali come Cosa Nostra, la camorra, la ‘ndrangheta e la sacra corona unita – scrive RSF nel suo rapporto – Giornalisti e scrittori italiani sono, anch’essi nella loro linea di mira». Tra i 40 nemici della libertà di stampa compaiono anche numerosi capi di Stato di repubbliche ex-sovietiche, tra cui il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, o di regimi dittatoriali come la Corea del Nord, l’Iran e Myanmar. Numerose anche le organizzazioni terroristiche o paramilitari, dalle FARC in Colombia all’ETA.
                                                                                                            Daria Simeone - DNews,4.5.2010

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venerdì 2 luglio 2010

Mercato libero e dittatore



Nella Storia ci sono stati tanti dittatori feroci e sanguinari ma nulla supera in spietatezza la dittatura del libero mercato. Con la differenza che quelli erano almeno individui, e si poteva sempre sperare di abbatterli, mentre il mercato è un meccanismo, anonimo, impersonale e inesorabile, che chiede ogni giorno sacrifici umani che eclissano qualsiasi strage che possa essere stata commessa in passato.
Per rendere omaggio a questo Moloch impassibile noi gli stiamo immolando tutto: dignità, libertà, valori e ogni esigenza umana che non sia materiale.
Un operaio di Pomigliano, cui era stato chiesto perché avesse votato sì ad un accordo penalizzante, ha risposto: “Così è il mercato”. In nome delle sue necessità inderogabili si accettano lavori da schiavi. E si ringrazia pure.
Dice: il mercato è sempre esistito. A parte che per migliaia di anni l'unica forma accettabile di scambio è stata il dono e il controdono e in seguito il baratto puro (se io ho sale e tu pepe io ti do un po' di sale e tu un po' di pepe senza stare a guardare se l'uno vale più dell'altro), per restare in epoca moderna c'è una differenza sostanziale, di qualità, fra il "capitalismo commerciale", come lo chiamava Marx, e quello industriale.
Il primo opera infatti sull'esistente, su una domanda che c'è già.
Il secondo dapprima dilata enormemente l'offerta di beni esistenti – tessuti per esempio – producendo su scala e a minor prezzo ciò che in precedenza era fatto artigianalmente.
In un secondo tempo, col progredire della scienza tecnologicamente applicata, il capitalismo industriale produce beni nuovi, stimola o inventa bisogni che prima nessuno sapeva di avere e di molti dei quali, per la verità, non aveva mai sentito il bisogno. L'industrialismo, a differenza del commercio classico, ha uno straordinario dinamismo. Per sua intima coerenza ha la necessità assoluta di espandersi. Sia in senso orizzontale, geografico, conquistando alla propria logica popoli che ne erano estranei, sia in senso verticale, cioè non si limita a trasferire beni, li crea. E una volta che li ha creati ha la necessità di smerciarli.
Si scopre la devastante legge di Say: “L'offerta crea la domanda”.
Si scopre la natura illimitata dei bisogni o, piuttosto, la facilità con cui gli esseri umani si lasciano influenzare. Si scopre cioè che i bisogni possono essere eterodiretti, suscitati artificialmente dall'esterno.
Nasce il consumatore e con lui la produzione di massa del futile e anche dell'inutile. I ragazzini della mia generazione non avevano la Tv, Internet, Facebook. Ci siamo divertiti di meno di quelli di oggi? Non credo proprio. Stavamo tutto il giorno in strada a giocare e i giochi ce li inventavamo da noi. Il cellulare vent'anni fa non esisteva. Oggi è diventato indispensabile. Il Gps. E così via. Abbiamo prevalentemente rapporti con macchine. La dittatura del mercato ha altre, e ben più gravi, conseguenze. Il prezzo dei beni superflui diminuisce costantemente, ma quello dei beni essenziali (abitare, nutrirsi, vestire) aumenta altrettanto costantemente. Per reggere questa situazione, in una società dove il superfluo è avvertito come necessario quanto il necessario, siamo diventati schiavi del lavoro in nome del quale si compiono, dalla Rivoluzione industriale in poi, massacri inenarrabili.
Schiavi di un meccanismo che ci ha degradato da uomini a consumatori, a tubi digerenti, a lavandini, a water attraverso i quali devono passare il più velocemente possibile le inutilità che altrettanto rapidamente siamo costretti a produrre.
                                                                             Massimo Fini - da "Il Fatto Quotidiano" del 26.6.2010

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