Resistere, Resistere, Resistere

Resistenza alla dittatura interNazi[onalsociali]sta = Resistenza all'invasione straniera = Resistenza al genocidio del popolo italiano




domenica 18 aprile 2010

Glocalismo, l'alternativa alla Globalizzazione

Pubblicato in Italia più di dieci anni fa da Arianna Editrice e curato dal padre dell'Ecologist Edward Goldsmith, "Glocalismo" è un testo che ancora oggi è di grande attualità, analizzando lo storture del sistema globale e proponendo valide alternative basate sulla comunità locale.
 
goldsmith
Ad agosto dello scorso anno ci ha lasciati Edward Goldsmith, peraltro fondatore della rivista The Ecologist
Ad agosto dello scorso anno ci ha lasciati Edward Goldsmith, fondatore della rivista The Ecologist e personaggio fra i più influenti e conosciuti nell’ambiente ecologista internazionale. Fra i tanti lavori dell’autore anglo-francese ve ne è uno di particolare interesse e soprattutto di grande attualità ancora oggi, a quasi tredici anni dalla sua prima pubblicazione.

Uscito negli Stati Uniti con il titolo A case against the global economy and for a turn toward the local (Una tesi contro l’economia globale e per una svolta verso il locale) nel 1996, viene pubblicato due anni più tardi anche in Italia da Arianna Editrice con il titolo Glocalismo, l’alternativa strategica alla globalizzazione.
Il volume è curato dal compianto Goldsmith insieme a Jerry Mander, ecologista americano e fondatore dell’International Forum on Globalization, ed è impreziosito da un’interessante prefazione del decrescitista francese Serge Latouche.

Sotto la direzione dei due autori hanno lavorato numerosi collaboratori, ciascuno dei quali ha contribuito con testi e argomentazioni utili allo sviluppo del libro: possiamo trovare nomi come quello del poeta-contadino Wendell Berry o quello di Helena Norberg-hodge, ecologista svedese che racconta la spiritualità dei ladakhi e si batte per la conservazione delle identità culturali, o ancora Jeremy Rifkin, il famoso economista e attivista americano, Kirkpatrick Sale, uno dei maggiori esponenti del Bioregionalismo, fino ad arrivare al sociologo filippino Walden Bello e a Robert Goodland, economista e consulente per le questioni ambientali della Banca Mondiale.
Questa squadra ha affrontato l’argomento in maniera esaustiva e strutturata, seguendo le quattro linee direttrici che scandiscono anche i capitoli del libro.
globalizzazione
La prima parte del libro è intitolata "L’impatto devastante della globalizzazione"
La prima parte è intitolata L’impatto devastante della globalizzazione e introduce il lettore a quella che è la realtà dei fatti, cioè un ordine mondiale improntato sull’abbattimento di ogni confine spaziale e temporale con precise finalità: l’annientamento delle culture e delle identità dei popoli, accompagnato dall’imposizione di un pensiero unico, omologato e omologante; l’ottimizzazione dei processi economici, all’insegna di una deregulation che grazie alla tecnologia sostituisce le macchine agli uomini, crea disoccupazione e crisi sociale, sostituisce l’economia reale con la finanza globale; la “globalizzazione alimentare”, che permette di controllare le popolazioni e arricchire le grande multinazionali attraverso espedienti quali utilizzo degli OGM, proprietà intellettuale di cellule e organismi e leggi studiate ad hoc per tutelare questo sistema.
Tutto ciò avviene nel più totale disprezzo di due fattori che dovrebbero essere di primaria importanza ma che, essendo antieconomici e secondari nella logica del profitto, vengono trattati senza alcuni riguardo: la salvaguardia dell’ambiente e la tutela della salute umana.

Dopo questa cruda ma realistica introduzione, la seconda parte – Promesse tradite – prende in esame quelle che furono spacciate in tempi non sospetti come le grandi rivoluzioni economiche, politiche, culturali e tecnologiche che avrebbero dovuto permettere all’umanità di fare il balzo decisivo verso il mito dello sviluppo perpetuo, incontrollato e infinito, ma che si sono rivelate oggi come le principali responsabili del collasso a cui sta andando incontro il nostro mondo.

Si parla così dei grandi trattati di GATT e NAFTA, accordi internazionali che non solo hanno posto le basi per il sistema di sfruttamento intensivo delle risorse che è oggi a pieno regime, ma lo hanno fatto violando palesemente tutte le più basilari norme di democrazia partecipata e sovranità popolare.
la touche
L’idea di “sviluppo sostenibile” è giustamente considerata da Latouche un ridicolo ossimoro
In questa parte del libro viene messa a nudo la logica che sta alla base dell’idea di “sviluppo sostenibile”, giustamente considerata da Latouche un ridicolo ossimoro che ha rappresentato per anni la giustificazione alla creazione di un unico grande mercato mondiale dominato dalle multinazionali che, soprattutto nel terzo mondo, hanno tenuto e tengono tutt’ora i governi locali in ostaggio di pratiche di depauperamento e sfruttamento senza freni.

Walden Bello si occupa poi di smascherare una delle più colossali panzane che per anni ha voluto far credere che il boom che ha portato all’esplosione delle economie tailandese, filippina, indonesiana e malesiana sarebbe state il passepartout di questi paesi per l’opulento modello occidentale mentre in realtà era solamente un riflesso distorto delle speculazioni perpetrate dagli investitori d’oltreoceano.

Molto interessante è poi l’analisi curata e particolareggiata che viene dedicata ad alcune delle pratiche e organizzazioni che fungono da braccio armato del mondialismo. Il capitolo Le strutture della globalizzazione prende in esame, fra le altre cose, il volto “verde” che le compagnie transnazionali vogliono darsi grazie a politiche ambientali apparentemente rivolte alla tutela della salute del pianeta, ma in realtà mirate da un lato a ripulire un’immagine sporcata dalle peggiori nefandezze, dall’altra a tenere in vita una biosfera sempre più provata quel tanto che basta per continuare a inseguire la chimera dello sviluppo sostenibile, attraverso un preciso piano partito nel 1992 con la Conferenza di Rio de Janeiro.

Interessante e al tempo stesso inquietante è il paragrafo dedicato al MAI (Multilateral Agreement on Investment), un accordo economico multilaterale che sancisce e attua i principi cardine della globalizzazione, il tutto in gran segreto, al riparo dagli occhi di mass media (quelli non ancora asserviti a questo sistema) e opinione pubblica.
localismo
Glocalismo, analizzando lo storture del sistema globale e proponendo valide alternative basate sulla comunità locale
Fondamentale è poi l’ultimo capitolo, forse il più importante del libro, in quanto avanza una serie di proposte teoriche e pratiche, incentrate sulla dimensione locale, da contrapporre a questo logorante sistema.

Ne Le tappe verso la rilocalizzazione si prendono quindi in esame le tesi sostenute dal Bioregionalismo, cioè costruire le comunità tenendo conto della suddivisone già operata dall’ambiente naturale e della tradizione culturale; si propone un vero e proprio programma per la difesa delle comunità locali oggi esistenti e seriamente minacciate dalla mondializzazione; si avanzano proposte in merito a opportune politiche monetarie, tributarie e doganali in grado di tutelare le economie locali; si propone un modello politico democratico per la comunità, basato sulla partecipazione, sull’autosufficienza e sulla resilienza. Il tutto passando suggerimenti mutuati nientemeno che dallo swadeshi, il programma di politica economica di Gandhi.

Nonostante sia stato scritto a metà degli anni novanta, quando il modello globale non faceva intravedere che qualche crepa e solo i più pessimisti – o lungimiranti – avrebbero potuto prevedere il collasso sistemico che si sta verificando disastrosamente oggi, Glocalismo ha centrato tutti i punti con una capacità analitica e premonitrice eccezionale, non limitandosi a fornire le coordinate della crisi della globalizzazione che si sta puntualmente verificando, ma proponendo soluzioni e modelli alternativi che oggi più che mai sarebbe utile analizzare e attuare.
          di Francesco Bevilacqua - 13/01/2010
          Fonte: Terranauta [scheda fonte]

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sabato 10 aprile 2010

Un nuovo CLN

Non se ne esce. Berlusconi andava fermato sul bagnasciuga. Invece si permise a un imprenditore di possedere l’intero comparto televisivo privato nazionale e di mantenerlo anche una volta che divenne un uomo politico. Il Cavaliere ha avuto più di vent’anni per educare i cittadini alla sua subcultura.
Per cui oggi l’italiano nasce naturaliter berlusconiano.

La sola via che intravedo è comportarsi come il Cln che univa tutte le forze ostili al fascismo, dai comunisti ai monarchici. Bisogna quindi cercare di isolare il Cavaliere corteggiando tutti coloro che intimamente lo detestano anche se non lo possono dire apertamente, da Casini a Fini a Napolitano che, pur con tutte le sue tremarelle, va incoraggiato invece di attaccarlo in continuazione come fan l’Idv e molti editorialisti del Fatto .

Diverso deve essere anche l’atteggiamento con la Lega. Il pericolo non è la Lega. È Berlusconi.
La Lega è un movimento politico serio, popolare, non necessariamente di destra che è
stato costretto ad allearsi con Berlusconi per la sciocca politica di demonizzazione condotta per anni dalla sinistra. Anche se pescano più o meno negli stessi ceti, l’elettorato leghista è profondamente diverso da quello berlusconiano, come antropologicamente diversi sono i due leader, Bossi e Berlusconi, ruspante e passionale l’uno, fighetto e privo di ogni scrupolo l’altro. L’alleanza con Berlusconi ha costretto la Lega a mettersi in tasca buona parte degli elementi che la connotavano. Era localista e ora è legata a un globalizzatore fanatico, era antiamericana e sta con uno che è più americano degli americani, aveva un forte, e giusto, senso dell'identità e si trova ora immersa in una melassa, il Pdl, che non ha identità, per cui, per distinguersi, è stata costretta ad accentuare gli aspetti peggiori, come la xenofobia. Ma tutto ciò le va stretto. Una volta, davanti a una pizza, chiesi a Bossi:
“Pistola alla tempia: tu sei più di destra o di sinistra?” “Di sinistra ” rispose “Ma se lo scrivi ti faccio un culo così”.
Ora l’ho scritto. Umberto, salvaci tu.
                                                                                    Massimo Fini - "Il Fatto Quotidiano" - 31.3.2010

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lunedì 5 aprile 2010

L’ignominia dittatoriale chiamata Europa

Nell’omertà mediatica generale, mentre infuriava la campagna elettorale, il governo ha emanato un decreto con cui ha recepito e fatto entrare in vigore anche nel nostro paese la “direttiva Bolkenstein”. Il nome vagamente horror dice la verità: con questa norma l’Unione Europea ha voluto regolare le attività commerciali nell’interesse esclusivo del divino libero mercato. Semplificando, i pilastri su cui si basa la liberalizzazione di Bruxelles sono due: l’eliminazione dei paletti, divieti e limiti che ciascun settore in ogni stato, per consuetudini e convenienze sue proprie, si dà, e il famoso articolo 16, quello che lega un fornitore di servizi (il temuto “idraulico polacco” in Francia) alla legislazione non del paese in cui opera ma in quello in cui ha sede ufficiale.

Le conseguenze sono facilmente e sinistramente immaginabili. In un mercato ortofrutticolo, ad esempio, potranno fare il loro ingresso le spa e le srl spodestando il monopolio legale finora detenuto dalle imprese familiari. A Torino c’è stata una serrata di commercianti da banco non più tardi di una settimana fa contro la prospettiva di dover fronteggiare la concorrenza delle multinazionali. Il fatto che, per riprendere l’immagine dell’idraulico invasore, un libero professionista straniero applichi tariffe e sia sottoposto a regole di un altro stato produrrà un caos normativo il cui profitto lo trarranno, come al solito, i pesci grossi. Le imprese saranno spinte a trasferirsi legalmente in paesi con minori tutele sociali e salariali. Si creerà una sperequazione fra lavoratori di uno stesso paese, livellando verso il basso le loro condizioni contrattuali. E la deregulation liberista avvantaggerà chi assumerà posizioni dominanti sul mercato, perché comprimendo i costi, specie di lavoro, sarà il solo in grado di offrire prezzi al ribasso.

Come per il Trattato di Lisbona, che fa da cornice legislativa alla tirannide burocratico-bancaria europea, così anche per la Bolkenstein il silenzio con cui è stata approvata senza colpo ferire e senza coinvolgere il popolo è un altro, ennesimo tassello dell’ignominia dittatoriale chiamata Europa.

                                                                               Alessio Mannino, La voce del Ribelle, 31 marzo 2010

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sabato 3 aprile 2010

L'immigrazione e la decrescita


 

...
Gli studiosi dei flussi migratori ci dicono che l’immigrazione ha cambiato natura. Gli immigrati, come le stagioni, non sono più quelli di una volta. ...
Oggi, invece, l’immigrazione ha un carattere “circolare”, ...
... Se, come sembra, l’immigrazione ha effettivamente subito, o sta subendo, una metamorfosi dallo stanziale al circolare, allora appare ragionevole la richiesta di sottoporre l’accesso alla cittadinanza a maggiori controlli, a filtri più selettivi, onde privilegiare coloro che intendono seriamente impegnarsi, con l’apporto della loro cultura, delle loro tradizioni e della loro voglia di emergere, per il paese nel quale vivono e lavorano e che pertanto non viene considerato alla stregua di un autobus dal quale si può scendere quando si vuole. ...
La lotta all’immigrazione clandestina, al di là delle dichiarazioni di condanna ufficiali e di provvedimenti più o meno discutibili, non viene seriamente condotta perché, scrive Koser, vi sono governi, sia dei paesi d’origine degli immigrati, sia di quelli dei paesi di destinazione, che «non hanno la volontà politica di affrontare la questione»[4]. Il motivo è facilmente intuibile. L’immigrazione clandestina fa comodo a troppa gente che conta e che si trova nei posti “giusti” per non ostacolarla nella sostanza, pur dichiarando formalmente di volerla combattere: fa comodo agli imprenditori che, quando non delocalizzano le loro imprese[5], dispongono di un esercito industriale di riserva disposto a compiere, a basso o bassissimo costo, i cosiddetti lavori “3D” (dirty, dangerous, difficult – sporchi, pericolosi e difficili) – esercito peraltro facilmente sfruttabile e col quale è possibile svolgere una funzione di dissuasione antisindacale rispetto ai lavoratori nazionali ed extracomunitari regolari; fa comodo a quanti forniscono a questi lavoratori dei servizi in nero, di scarsa o pessima qualità, ma profumatamente pagati. Fa comodo, ancora, ai politici, perché il lavoro degli immigrati, sia regolari che irregolari, consente comunque al pil di crescere – cosa di cui essi vanno particolarmente fieri – e permette di tenere in piedi settori dell’economia che altrimenti dovrebbero chiudere baracca e burattini. A ciò si aggiunga che, contrariamente a quanto molti pensano, il grosso della ricchezza prodotta dagli immigrati rimane da noi, producendo altra ricchezza e facendo ulteriormente lievitare il pil e solo una piccola parte raggiunge, sotto forma di rimesse, i paesi d’origine, che quindi non traggono grandi benefici dall’emigrazione: «Secondo le stime della Banca mondiale, a livello globale i lavoratori immigrati guadagnano 20.000 miliardi di dollari e la maggior parte di questi soldi viene investita nel paese di destinazione»[6]. L’immigrazione fa comodo, infine, anche ai politici dei luoghi di provenienza degli immigrati, che possono liberarsi di una massa di persone potenzialmente in grado di creare non pochi grattacapi. L’immaginario della crescita, del progresso e dello sviluppo, incessantemente promosso in tutte le sedi e in tutto il mondo, sommandosi alla miseria, rende oggettivamente problematico arginare la forte spinta proveniente dai paesi cosiddetti sottosviluppati. È difficile far capire a chi, con la colonizzazione, è stato privato a viva forza del suo modo di vita basato su una economia di sussistenza ed è stato degradato a Lumpenproletariat brancolante ai margini delle metropoli e delle città asiatiche o africane e che per tentare di sopravvivere dispone di 1-2 dollari al giorno, che l’Occidente non è lo sfavillante Paese di Bengodi descritto dalla pubblicità, al cinema o in televisione. Eppure, il contrasto all’immigrazione clandestina va fatto perché, come sostiene con grande realismo anche la Caritas che con gli immigrati ha a che fare quotidianamente, non possiamo materialmente accogliere tutti quelli che bussano alle nostre porte. Attualmente, i migranti costituiscono il 3% della popolazione mondiale. Una percentuale, tutto sommato, non molto alta e che, però, crea non pochi problemi. Cosa accadrebbe se essa raddoppiasse o triplicasse? Completamente irresponsabile e miope è, pertanto, la posizione di chi, attento ai soli vantaggi economici che potremmo trarre noi occidentali (o meglio, le élites economiche e finanziarie globali) dall’immigrazione, teorizza l’apertura totale delle porte come una panacea che risolverebbe il problema. Siccome noi abbiamo bisogno di loro, sostiene Philippe Legrain che di queste élites si è fatto portavoce in un recente saggio, facciamoli entrare senza guardare troppo per il sottile. Questo dovrebbe essere «il nostro grido di battaglia per un mondo migliore». Il futuro cleavage opporrà «chi è libero di muoversi e chi è ancora legato a un determinato luogo». Ovviamente, Legrain è un fiero avversario di questa seconda opzione, che deve apparirgli mostruosa, al punto da definirla «una situazione moralmente sbagliata, economicamente stupida e politicamente insostenibile»[7]. In questo modo, si perpetua in forme nuove la mentalità colonialista, con la differenza che un tempo soddisfacevamo i nostri bisogni andando in Africa, in Asia, in India, in Cina e mettendole a soqquadro con i nostri eserciti e le nostre cannoniere, per indurre i refrattari a piegarsi alla nostra volontà, mentre oggi il politicamente corretto impone di ottenere gli stessi risultati in maniera più soft (sempre per noi, ovviamente, perché per gli altri sono cambiati i suonatori, ma non la musica). Il potere è diventato “elegante”, come ha osservato Marianne Gronemeyer, ma nel guanto di velluto continua a esserci una mano di ferro. Indubbiamente, tra gli immigranti che, regolarmente o clandestinamente, riescono ad approdare sulle nostre coste una certa quota riesce a inserirsi e a raggiungere l’obiettivo di condurre una vita migliore (e ciò non può che farci piacere), ma forse dovremmo interrogarci più di quanto non facciamo sul prezzo che questi successi comportano per i paesi d’origine e su quanto essi contribuiscano a perpetuare la condizione di asservimento neocoloniale di tali paesi. Una prima conseguenza negativa dell’immigrazione è quella del brain drain, la fuga dei cervelli, che in verità riguarda anche i paesi sviluppati (l’Italia, tanto per fare il primo nome che ci viene in mente), ma che per un paese sottosviluppato rappresenta qualcosa di ben più drammatico. Scrive, al riguardo, Koser: «Alcune cifre sono spaventose. Dal 2000, ad esempio, quasi 16 mila infermiere provenienti dall’Africa subsahariana si sono recate a lavorare nel Regno Unito. In Zambia, solo 50 dei 600 medici formatisi dopo l’indipendenza esercitano ancora la professione all’interno del paese. È stato stimato che attualmente ci siano più medici malawiani nella sola città di Manchester che in tutto il Malawi»[8]. Non è difficile immaginare quali siano gli effetti di tutto ciò sulla salute della popolazione del Malawi e in particolare sulla mortalità infantile. Lo stesso discorso vale per la classe degli insegnanti, la cui fuga all’estero comporta un aumento dei tassi di analfabetismo e un livello di apprendimento scolastico insufficiente. Altro fenomeno negativo legato all’immigrazione è il care drain, espressione con la quale ci si riferisce alle carenze, a livello familiare e sociale, che si vengono a creare nelle terre d’emigrazione in conseguenza dell’assenza forzata di uno o più componenti della famiglia da cui possono scaturire, a carico dei figli, «assenteismo e abbandono scolastico, difficoltà relazionale con i membri più anziani della propria famiglia a causa della differenza di età (e difficoltà da parte di questi ultimi a controllare i nipoti), consumismo derivante dalla ricezione di rimesse, forte pressione migratoria e sostituzione del percorso scolastico col progetto migratorio, sofferenza psicologica e problemi comportamentali, abuso di alcol e droga»[9]. Un ragionamento non colonialista, che ci si guarda bene dal fare, dovrebbe piuttosto suonare così:  dal momento che le politiche sviluppiste sono state un fallimento, al punto che la fame nel mondo è cresciuta anziché diminuire, quali politiche, quali assetti istituzionali ed economici, quale cultura dovrebbero adottare i paesi ricchi per non costringere gli abitanti di quelli poveri ad abbandonare la loro terra per venire dalle nostre parti nel tentativo di sbarcare il lunario?
Questo insieme di considerazioni spiega come, in tema di immigrazione irregolare, i governi stiano sempre più orientandosi nel senso di un passaggio dal controllo alla gestione della clandestinità. In questa nuova “filosofia”, si dà per scontato che l’immigrazione continuerà e che non si può fare nulla per arrestarla. Al massimo, si può tentare di disciplinarla. Dall’angolo visuale dei governi, tale scelta, per quanto criticabile, non è priva di una sua logica. Fino a quando, infatti, la stella polare dell’azione governativa sarà la crescita del prodotto interno lordo, non si vede per quale motivo essi dovrebbero rinunciare a quella autentica gallina dalle uova d’oro che sono gli immigrati. Chi vuole lo sviluppo, non può non considerare l’immigrazione un bene dal quale possono derivare alcune conseguenze negative che ci si deve sforzare di eliminare o quantomeno ridurre, piuttosto che un male da cui possono incidentalmente derivare alcune conseguenze positive. Proprio questo è, però, il punto su cui si dovrebbe incentrare la discussione, anziché considerarlo come acquisito. In un precedente intervento su queste colonne, abbiamo provato ad avviarla, indicando nella decrescita una possibile strada per venirne a capo[10]. La società sviluppista presenta, infatti, una serie di controindicazioni che la rendono sempre più insostenibile (l’accelerazione dei processi entropici, i cambiamenti climatici, un’impronta ecologica eccessiva e dannosa per la biosfera, le guerre per il controllo delle risorse energetiche). Lo spostamento da una regione all’altra del pianeta di masse umane ridotte alla miseria e alla fame o sedotte dal mito consumista è solo una di tali controindicazioni. Viceversa, una società basata sulla decrescita ci pare la cosa più ragionevole e urgente da fare perché contribuirebbe a sfebbrare il pianeta, a ricreare una cultura dei luoghi, del territorio, favorirebbe una più equa distribuzione delle risorse e indebolirebbe le molle sia psicologico-culturali, sia economiche che spingono molti ad emigrare. Soprattutto, una società basata sulla decrescita ci aiuterebbe ad affrancarci dalla mentalità missionaria che giustifica e nobilita lo sviluppo. Il frate francescano Bernardino di Sahagun, nel XVI secolo, così descriveva il compito del missionario: «Il missionario deve considerare se stesso come un medico e la cultura degli indigeni come una sorta di malattia che spetta a lui guarire»[11]. Nessuno, oggi, oserebbe parlare negli stessi termini, ma la sostanza non è granché cambiata. I “missionari” laici non ragionano diversamente. Sono solo più ipocriti. La medicina somministrata non è più la religione cristiana, ma l’aiuto allo sviluppo, nel quale Marianne Gronemeyer vede una perversione dell’idea di aiuto funzionante come cavallo di Troia che distrugge dall’interno, a poco a poco e inesorabilmente, gli altrui stili di vita[12]. Chi, come il Mahatma Gandhi, conosceva davvero i problemi degli “indigeni”, in quanto ne faceva parte, era uno di loro, forniva una ricetta diversa: «Lasciate in pace i poveri! I poveri sanno cavarsela benissimo senza di voi, a condizione che li lasciate in pace»[13]. Henry David Thoureau si è servito dell’arma dell’ironia per dire qualcosa di simile: «Se sapessi con sicurezza che un uomo sta venendo da me per farmi del bene, correrei a mettermi in salvo per paura di dover ricevere un po’ del bene che quello mi facesse»[14]. Non si tratta solo di boutades o di amore per il paradosso, ma dell’indicazione di una seria, ed al momento ardua, strada da percorrere. È un fatto che i problemi del Terzo Mondo sono iniziati quando noi abbiamo cominciato a fargli del bene, ad “aiutarlo” (fuor di metafora: ad obbligarlo a svilupparsi). Se la finissimo e ci mettessimo in ascolto dei bisogni dell’altro, avremmo fatto un primo passo nella giusta direzione. Il vero aiuto è quello in cui l’aiutato rimane il dominus della situazione, invece di essere, come purtroppo accade di solito, il pretesto per imporre una condizione di uniformazione planetaria. Il vero aiuto è, sul piano individuale, quello del buon Samaritano o di San Martino che divide il suo mantello col mendicante: nasce dalla misericordia, cioè da un moto del cuore e non dalla programmazione scientifica dell’asservimento economico, politico e culturale mascherato con motivi umanitari. Un moto non intrusivo che mira a restituire all’aiutato una condizione di normalità, a partire dalla quale egli può decidere liberamente cosa fare della sua vita e non essere costretto a trasformarla in una copia più o meno ben riuscita di quella dell’aiutante. Il vero aiuto è quello che può venire da una società della decrescita, forma di misericordia collettiva esercitata nei confronti degli uomini e dell’ambiente. 

          Estratto da -L'immigrazione e la decrescita-.
          di Giuseppe Giaccio - 10/01/2010
          Fonte: Diorama Letterario [scheda fonte]

NOTE
[1] Cfr. Khalid Koser, Le migrazioni internazionali, il Mulino, Bologna 2009.
[2] R. Oriani/R. Staglianò, I cinesi non muoiono mai, Chiarelettere, Milano 2008.
[3] Op. cit., pagg. 233-234 e 126.
[4] Op. cit., pag. 142.
[5] Sulla pratica delle delocalizzazioni, si vedano le osservazioni critiche di Benedetto XVI nella sua recente enciclica sullo sviluppo (Caritas in veritate, 40).
[6] K. Koser, op. cit., pag. 21.
[7] P. Legrain, Immigranti. Perché abbiamo bisogno di loro, Baldini Castaldi Dalai, Milano 2008, pag. 405.
[8] K. Koser, op. cit., pag. 66.
[9] Ibidem, pag. 68.
[10] Cfr. il nostro “La decrescita dell’immigrazione”, in Diorama, n. 285, settembre-ottobre 2007, pagg. 15-17. Maurizio Pallante, il principale esponente italiano di questa corrente di idee, ha sostenuto, in un recente pamphlet (Decrescita e migrazioni, Edizioni per la decrescita felice, Roma 2009), tesi non molto dissimili dalle nostre. Forse non è un caso che egli sia anche, nell’ambito di questo movimento, colui che con maggiore convinzione si è svincolato da appartenenze ideologiche che ingessano il dibattito, indirizzandolo verso il vicolo cieco della solita e logora diatriba destra/sinistra.     
[11] Citato in Majid Rahnema, Quando la povertà diventa miseria, Einaudi, Torino 2005, pag. 269.
[12] M. Gronemeyer, “Aiuto”, in Wolfgang Sachs (a cura di), Dizionario dello sviluppo, pagg. 13-39.
[13] Citato in M. Rahnema, op. cit., pag. 314.
[14] Cfr. H.D. Thoreau, Walden ovvero la vita nei boschi in Opere scelte, Neri Pozza, Venezia 1958, p. 346.

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