Resistere, Resistere, Resistere

Resistenza alla dittatura interNazi[onalsociali]sta = Resistenza all'invasione straniera = Resistenza al genocidio del popolo italiano




domenica 7 marzo 2010

Gli scontri di Milano. E gli inganni del melting pot.

Egiziani contro peruviani. Nordafricani contro sudamericani. La chiave per capire gli scontri di sabato scorso a Milano è qui: nel ruolo determinante giocato dall’appartenenza etnica delle persone coinvolte, non tanto nell’episodio iniziale della rissa e dell’omicidio quanto nelle violenze che hanno seguito la morte del 19enne egiziano.

Nel gran parlare di immigrazione, infatti, ciò che di solito si evita di affrontare è il problema dell’integrazione non già dei singoli individui ma dei gruppi etnici cui essi appartengono. L’ipotesi comunemente accettata, fin quasi a diventare un dogma, è che l’amalgama (il famigerato “melting pot” statunitense) sia un approdo inevitabile.
O presto o tardi, i diversi gruppi troveranno un punto di equilibrio. Volenti o nolenti impareranno a convivere. A capirsi l’un l’altro. O a sopportarsi, quanto meno. La loro coesistenza all’interno del medesimo territorio smetterà di essere un’equazione dalle troppe incognite, in cui la minima variazione di un singolo elemento può cambiare completamente il risultato finale, e diventerà un’operazione sociale come tutte le altre: non importa che vi siano armonia ed equità; basta che il disagio, e l’aggressività che ne deriva, restino sotto il livello di guardia. O che non esplodano se non in modo occasionale, come attacchi di febbre che, per quanto intensi, sono destinati a esaurirsi nel volgere di pochi giorni. Con “l’aiuto”, magari, del rimedio prediletto dalle questure: polizia in assetto antisommossa e arresti di massa. Repressione a tappeto, l’equivalente di un antibiotico a largo spettro. Ci saranno delle controindicazioni, anche gravi, ma non si può (non si vuole) fare diversamente.
Chi governa le società occidentali, in senso economico prima ancora che politico, continua a scommettere su questo. Sulla forza travolgente della seduzione materialista. Sulla convinzione che qualsiasi persona e qualsiasi popolo non siano in grado di resistere alle lusinghe del consumismo, una volta che le abbiano conosciute e sperimentate. Dietro tutte le chiacchiere solidaristiche e umanitarie, l’essenza del progetto di integrazione sull’asse Usa/Ue è il superamento dei legami identitari preesistenti. La logica individualistica che dissolve gli aspetti culturali delle appartenenze originarie e le ridefinisce in base ai valori universali (globali) della ricchezza e del potere. Non sei un egiziano, o un peruviano, o chissà che altro. Sei un consumatore in ascesa. Più ti muovi da solo e più sei libero di accelerare la tua scalata alle posizioni più alte. Alle posizioni più vantaggiose.

Ma la teoria, come sempre, è molto più semplice della realtà. Per potersi dispiegare appieno, infatti, la perversa fascinazione del liberismo ha bisogno di elevati livelli di crescita economica, quand’anche simulati per mezzo delle bolle speculative che gonfiano artificiosamente le disponibilità finanziarie e consentono, perciò, di aumentare a dismisura il credito al consumo. Nei momenti di crisi, come quello che stiamo vivendo e che assai difficilmente verrà superato in via definitiva riportandoci agli standard precedenti, le attrattive della competizione esasperata escono fatalmente ridimensionate. Le persone in difficoltà tendono a riconsiderare le proprie scelte, fino a rivalutare l’importanza dei vincoli famigliari e per estensione, laddove non siano stati recisi in via definitiva, di quelli etnici.

Presi in se stessi gli scontri di Milano sono solo un avvenimento di cronaca che si è risolto nel giro di poche ore, ma possono servire a ricordarci qualcosa di importante: che la differenza fondamentale tra noi italiani e gli immigrati, specie se extracomunitari, è nel fatto che noi siamo molto più avanti di loro sulla strada (o sulla china) della deriva individualista. Se e quando le tensioni sociali si acuiranno, diventando una vera e propria lotta per la sopravvivenza, chi è ancora capace di fare gruppo rinsalderà i vincoli con chi gli appare più vicino e affine. Egiziani con egiziani. Peruviani con peruviani. E gli italiani, totalmente disabituati a pensarsi come popolo e a perseguire un bene comune, chissà.
                                                                         Federico Zamboni - "La Voce del Ribelle", 17.2.2010

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