Resistere, Resistere, Resistere

Resistenza alla dittatura interNazi[onalsociali]sta = Resistenza all'invasione straniera = Resistenza al genocidio del popolo italiano




martedì 30 marzo 2010

Il neoliberismo, breve storia sui metodi per affamare il mondo


Il neoliberismo sfrenato partito negli anni Ottanta e divenuto unico credo economico indiscusso abbracciato, difeso ed ostentato dagli Usa, dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale. Proviamo a tracciarne una breve storia, per capire quale sia la vera causa della povertà del cosiddetto terzo mondo.


africa
Tutti siamo abituati a guardare all’Africa, all’America Latina o, come più rozzamente si dice, al terzo mondo come Paesi di straccioni, morti di fame, appestati
Siamo tutti alquanto abituati a guardare all’Africa, all’America Latina o semplicemente, come più rozzamente si dice, al terzo mondo come Paesi di straccioni, morti di fame, appestati. Siamo più inclini, insomma, a guardare l’effetto e più raramente a considerarne la causa o, piuttosto, le cause.

Gli anni Settanta hanno costituito per i cosiddetti Paesi in via di sviluppo un frangente particolarmente propizio. Il mondo occidentale, non sapendo dove piazzare i petrodollari di cui abbondava, decise, camuffando l’atto da aiuto allo sviluppo, di dirottare in Africa e America Latina, sottoforma di investimenti, quell’abbondanza di capitali.

Qual era l’obiettivo?
Sostanzialmente si trattava di un progetto a due fasi. Nella prima gli investitori occidentali avrebbero rimpolpato le economie dei paesi, diciamo, africani pianificando un percorso che, nella seconda fase, li avrebbe visti protagonisti autonomi sulla scena economica internazionale.

Peccato che quei Paesi così generosamente finanziati quella seconda fase non l’abbiano vista mai semplicemente perché quei finanziamenti, spacciati per dono, non erano a fondo perduto, tantomeno a titolo gratuito. Le forti somme erano in realtà niente altro che prestiti che andavano rimessi aggravati da forti interessi.
sud e nord
Gli anni '80 si aprono all'insegna di una nuova dottrina economica: il neoliberismo
Nel frattempo si arriva agli anni Ottanta durante i quali Keynes viene sbattuto in soffitta a favore di una nuova dottrina economica, il neoliberismo, di cui Milton Friedman è stato il principale teorico (e non solo). Lasciare libero il mercato, o i mercati, di muoversi a piacimento senza restrizione alcuna né vincoli era il Verbo divulgato dai ben noti Chicago Boys; evitare qualsiasi intromissione dello Stato nella gestione dell’economia era il corollario fondamentale di questa arrembante teoria. Il trittico Stati Uniti, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale era la guarnigione spudorata a difesa di questo nuovo modo di intendere il mercato.

Lo scoppio di quella che è conosciuta come la crisi del debito, partita dal Messico nel 1982 e dilagata a macchia d’olio in tutti i Paesi che negli anni Settanta avevano, si fa per dire, goduto di quell’iniezione di capitali, ha fornito l’assist a quella Triade per mettere fattivamente sul campo quella che a parer loro sarebbe stata la soluzione del problema: i piani di aggiustamento strutturale. Altro non era che il velleitario e presuntuoso (oltre che pretestuoso) tentativo di inoculare il germe del neoliberismo in Paesi che, semplicemente, non erano in grado di supportare i meccanismi necessari al suo compimento.

Tutto questo ha prodotto gli effetti che conosciamo oggi: Paesi sempre più sprofondati nel debito, incapaci di fornire la giusta alimentazione alle proprie popolazioni dal momento che, per recuperare i fondi necessari a pagare i prestiti di cui sopra, finiscono per esportare anche quello che dovrebbe essere necessario al sostentamento interno. Quella che doveva essere la panacea del male, si è rivelata in realtà l’inoculazione di un virus letale, in barba alle roboanti dichiarazioni sull’abbattimento del debito, alle maratone di beneficienza, ai piagnistei ed ai mea culpa internazionali.
povertà
Paesi sempre più sprofondati nel debito finiscono per esportare anche quello che dovrebbe essere necessario al sostentamento interno
Prima che il vortice degli aggiustamenti strutturali spazzasse ed abbattesse le loro deboli economie, l’agricoltura – insieme la prima voce di esportazione e principale sostenitore dell’economia interna, proprio perché cardine essenziale per la sopravvivenza dei Paesi – era tenuta in estrema considerazione dai governi africani (parliamo dell’Africa perché è quella maggiormente colpita dalla ritorsione del neoliberismo).

In Tanzania, ad esempio, prima di quegli anni Ottanta, il governo offriva costante assistenza ai piccoli agricoltori attraverso i sussidi, la ricerca, i trasporti. Stessa cosa avveniva nello Zimbabwe che offriva sussidi per le sementi, abbuoni fiscali e gli strumenti necessari ai piccoli agricoltori.

I paesi africani, poi, applicavano alti dazi doganali all’importazione di mais, riso e altre granaglie ad uso alimentare proprio per proteggere dalla concorrenza sleale i piccoli e medi agricoltori. Inoltre in molti Stati si favoriva la creazione di cooperative.

Queste misure tra il 1950 ed il 1980 hanno fatto sì che quei piccoli e medi agricoltori fossero sufficienti al sostentamento interno dei loro Paesi senza nascondere poi il fatto che fino alla fine degli anni Settanta l’intero continente era esportatore netto di prodotti alimentari non processati.
La Tanzania, ad esempio, tra il 1961 ed il 1970 aveva la quota più alta di produzione alimentare che aumentava annualmente del 7%, il Kenya del 5%.

Il neoliberismo ha però invertito queste rotte, in molti casi ha addirittura stravolto l’assetto agricolo dei Paesi, inducendoli a sostituire le coltivazioni sulla base delle necessità degli Stati Uniti o dell’Europa. La Comunità europea, ad esempio, ha fatto del concetto di “diversificazione della produzione” uno dei cavalli di battaglia nella duplicità della politica commerciale e della cooperazione allo sviluppo in quella specifica sezione in cui entrambe si intersecano.
sud e nord
Le multinazionali occidentali hanno inondato i mercati del terzo mondo costringendo la produzione locale a soccombere
In ossequio ai peculiari interessi occidentali, il Kenya si è dovuto specializzare nella produzione di fiori da esportare in Europa, mentre il Ghana si è dedicato alla produzione del cacao destinato agli Stati Uniti. Le imprese multinazionali che si sono viste spianare la strada dal libero mercato e dall’aggiustamento strutturale, hanno attecchito senza difficoltà in territorio africano, fagocitando intere fette di mercato alla faccia dei proclami che si sono succeduti a partire dagli anni Settanta sull’inserimento dei Pvs nel contesto economico internazionale.


Durante gli anni Novanta, la Parmalat si installò in Sudafrica includendo nel suo gruppo due industrie lattiere locali, la Bonnita e la Towercop, mettendo in campo una vera e propria strategia di guerra che ha introdotto nel Paese i prodotti dell’impero Tanzi a prezzi stracciati decretando in questo modo la fine dei piccoli competitori.

Questo è quello che è sostanzialmente successo con l’abbattimento dei dazi voluto dai programmi di aggiustamento strutturale. Le multinazionali occidentali hanno inondato i mercati del terzo mondo costringendo la produzione locale a soccombere sotto il peso della competizione dei prodotti stranieri. I piccoli agricoltori, privi di protezione e senza sussidi, scacciati dalle loro terre a beneficio delle multinazionali, non sono più in grado di garantire la sufficienza alimentare, mentre l’occidente sguazza nell’Eldorado che la shockeconomy friedmaniana ha fatto sgorgare dalle vene aperte dell’Africa e dell’America Latina.

          di Romina Arena - 14/01/2010
          Fonte: Terranauta [scheda fonte]

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lunedì 29 marzo 2010

Donne, guaio senza soluzione

Le donne sono una razza nemica. Bisognerebbe capirlo subito. Invece ci si mette una vita, quando non serve più. Mascherate da “sesso debole” sono quello forte. Attrezzate per partorire sono molto più robuste dell’uomo e vivono sette anni di più, anche se vanno in pensione prima. Hanno la lingua biforcuta. L’uomo è diretto, la donna trasversale. L’uomo è lineare, la donna serpentina. Per l’uomo la linea più breve per congiungere due punti è la retta, per la donna l’arabesco. Lei è insondabile, sfuggente, imprevedibile. Al suo confronto il maschio è un bambino elementare che, a parità di condizioni, lei si fa su come vuole. E se, nonostante tutto, si trova in difficoltà, allora ci sono le lacrime, eterno e impareggiabile strumento di seduzione, d’inganno e di ricatto femminile. Al primo singhiozzo bisognerebbe estrarre la pistola, invece ci si arrende senza condizioni.

Sul sesso hanno fondato il loro potere mettendoci dalla parte della domanda, anche se la cosa, a ben vedere, interessa e piace molto più a lei che a lui. Il suo godimento – quando le cose funzionano – è totale, il nostro solo settoriale, al limite mentale (“Hanno sempre da guadagnarci con quella loro bocca pelosa” scrive Sartre). La donna è baccante, orgiastica, dionisiaca, caotica, per lei nessuna regola, nessun principio può valere più di un istinto vitale. E quindi totalmente inaffidabile. Per questo, per secoli o millenni, l’uomo ha cercato di irreggimentarla, di circoscriverla, di limitarla, perché nessuna società regolata può basarsi sul caso femminile. Ma adesso che si sono finalmente “liberate” sono diventate davvero insopportabili.

Sono micragnose, burocratiche, causidiche su ogni loro preteso diritto. Han perso, per qualche carrieruccia da segretaria, ogni femminilità, ogni dolcezza, ogni istinto materno nei confronti del marito o compagno che sia, e spesso anche dei figli quando si degnano ancora di farli. Stan lì a “chiagne” ogni momento sulla loro condizione di inferiorità e sono piene zeppe di privilegi, a cominciare dal diritto di famiglia dove, nel 95% dei casi di separazione, si tengono figli e casa, mentre il marito è l’unico soggetto che può essere sbattuto da un giorno all’altro sulla strada. E pretendono da costui, ridotto a un bilocale al Pilastro, alla Garbatella, a Sesto San Giovanni, lo stesso tenore di vita di prima.

Non fan che provocare, sculando in bikini, in tanga, in mini (“si vede tutto e di più” cantano gli 883), ma se in ufficio le fai un’innocente carezza sui capelli è già molestia sessuale, se dopo che ti ha dato il suo cellulare la chiami due volte è già stalking, se in strada, vedendola passare con aria imperiale, le fai un fischio, cosa di cui dovrebbero essere solo contente e che rimpiangeranno quando non accadrà più siamo già ai limiti dello stupro. Basta. Meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe.

                                                                      Massimo Fini - da il Fatto Quotidiano del 27 marzo 2010
Vedi anche:  Viva le donne e L'ossessione per la donna

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sabato 27 marzo 2010

Il regime travestito

Io credo che la dittatura vera e propria, la dittatura "propriamente detta" per usare un ironico sberleffo di Mino Maccari ("i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti") sia meglio della dittatura mascherata da democrazia che è quella che stiamo vivendo soprattutto da quando Berlusconi è "sceso in campo" ma anche da prima, diciamo dalla metà degli anni Settanta, quando la partitocrazia consociata a difesa dei propri privilegi, intrallazzi, clientelismi, ruberie, formava un unico blocco di potere. La dittatura vera e propria è meno subdola. Perlomeno ha il vantaggio di rendere le cose chiare. Da una parte ci sono gli oppressori, dall’altra gli oppressi che, se pensiamo al fascismo, vengono emarginati, mandati al confino, costretti all’esilio.
La dittatura sotto le vesti della democrazia è invece una cosa melmosa, molle, melliflua, confusa dove gli oppressori possono mascherarsi da vittime (si pensi alla manifestazione del governo in piazza San Giovanni) e gli oppressi passare per oppressori.

È facilissimo cambiare le carte in tavola. Tutti possono dirsi vittime di qualcuno o qualcosa e guadagnarsi, al momento opportuno, qualche medaglia "antifascista". Naturalmente qui nessuno ti manda al confino o in esilio (ci va chi ha i soldi per permettersi di togliersi da questo infame paese, come Milva che ha deciso di vivere in Germania). L’emarginazione è lenta, soft, alle volte addirittura ammiccante e sorridente, ma inesorabile e comunque non può essere provata. Allo stesso modo vengono chiusi, a poco a poco, tutti gli spazi di libertà. Sempre però sotto le forme delle leggi democratiche. E quindi è difficilissimo difendersi. La dittatura vera e propria forma anche un’opposizione altrettanto dura. La classe politica uscita dalla lotta antifascista e, per la verità, da quell’evento fondante che è la guerra, non ha nulla a che vedere con la nostra attuale opposizione, molliccia, inconcludente, timorosa, indecisa a tutto, che abbiamo ora. La dittatura forgia i caratteri degli oppositori.

Nella dittatura "propriamente detta" si può poi almeno sperare di abbattere il tiranno col proprio fucilino a tappo. È lecito uccidere il tiranno. È un argomento posto per la prima volta da Seneca e che nel dibattito che si è sviluppato lungo i secoli è stato risolto in senso eticamente affermativo. Nella dittatura mascherata da democrazia questo non è eticamente accettabile, apparirebbe, e sarebbe, un assassinio. E allora come ci si libera del tiranno in una dittatura mascherata da democrazia? Come ci si libera, per parlare delle cose nostre, di Silvio Berlusconi? Non con le leggi perché costui ha ormai acquisito un potere tale da poterle distorcere tutte a suo favore. Sempre nella forma dell’apparente legalità democratica. Con Berlusconi siamo retrocessi al di là del “monarca costituzionale” che doveva rispettare almeno le leggi che egli stesso aveva emanato e che non poteva cambiare a piacer suo. Io credo che l’unica via pacifica percorribile da parte di quel che resta dell’opposizione parlamentare, e sempre che ne avesse le palle e non fosse connivente, sia l’Aventino. Dice: ma l’Aventino spianò definitivamente la strada al fascismo. Vero. Ma intanto rese palese una dittatura che era già nei fatti se non nella forma. Ma, soprattutto, oggi la situazione è molto diversa da quella del 1926. L’Italia fa parte dell’Unione europea e che in un paese dell’Unione l’opposizione si ritiri dal Parlamento sarebbe un fatto così clamoroso e sconvolgente da attirare finalmente l’attenzione dell’Europa sulla situazione italiana.

Perché l’Italia non ha più i requisiti democratici per rimanere in Europa. Basterebbe il colossale conflitto di interessi accumulato da Berlusconi per porla fuori da ogni regola. Basterebbe il fatto che quest’uomo, gravemente pregiudicato con la giustizia, si appresta a varare una riforma della giustizia il cui unico scopo è di eliminarla, almeno per sé e il suo direttorio. Del resto per quello che lo riguarda personalmente, dopo infiniti tentativi che hanno scardinato la legge penale italiana, c’è già riuscito col legittimo impedimento. L’Europa ha usato il pugno duro con l’austriaco Haider, e per molto meno, non si vede perché non si possa, né si debba, farlo con l’onorevole Berlusconi che in Italia è riuscito a delegittimare di volta in volta tre presidenti della Repubblica, il Parlamento, la presidenza del Consiglio (quando non c’era lui, naturalmente), la magistratura ordinaria, penale e civile, la Corte costituzionale, la Corte di cassazione, la Corte dei conti, le Authority e, da ultimo, persino il Tar. Tuttavia io non credo che a spazzar via il tiranno in forma democratica saranno né l’Europa né quella mucillagine chiamata opposizione. Berlusconi finirà per autocombustione. Il suo delirio di onnipotenza, che ha da tempo perso tutti i freni inibitori, lo porterà, prima o poi, a compiere un atto così clamoroso e incontrovertibile da richiedere l’intervento della forza pubblica. Non per motivi penali, ma mentali.

                                                                      Massimo Fini, da il Fatto Quotidiano del 25 marzo 2010

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martedì 9 marzo 2010

Avatar


Stucchevole, forse. Ma Avatar è un film profondo, importante e che dà da pensare



Avatar, lo strepitoso film in 3-D di James Cameron, è profondo e al tempo stesso profondamente insulso. Profondo perché, come la maggioranza dei film sugli alieni, è una metafora sul contatto fra culture diverse. Ma in questo caso la metafora è cosciente e precisa: questa è la storia dello scontro fra gli Europei e le popolazioni native dell’America. È anche profondamente insulso perché architettare un lieto fine richiede un impianto narrativo così stupido e prevedibile da far perdere di vista il pathos intrinseco del film. La sorte dei nativi americani è molto più aderente a quel che la storia racconta in un altro recente film, The Road, nel quale i sopravvissuti fuggono in preda al terrore, votati come sono all’estinzione.
Ma questa è una storia che nessuno vuole sentire, poiché rappresenta la sfida al modo in cui noi scegliamo di essere noi stessi. L’Europa è stata massicciamente arricchita dai genocidi nelle Americhe; e sui genocidi si fondano le nazioni americane. Questa è una storia che non possiamo accettare.
Nel suo libro American Holocaust, lo studioso statunitense David Stannard documenta i maggiori episodi di genocidio di cui il mondo abbia mai avuto conoscenza (1). Nel 1492, nelle Americhe vivevano all’incirca 100 milioni di nativi. Alla fine del XIX secolo, quasi tutti erano stati sterminati. Molti di loro erano morti a causa delle malattie. Ma l’estinzione di massa era stata accuratamente progettata.
Quando gli Spagnoli arrivarono nelle Americhe, descrissero un mondo che difficilmente avrebbe potuto essere più diverso dal loro. L’Europa era devastata dalle guerre, dall’oppressione, dalla schiavitù, dal fanatismo, dalle malattie e dalle carestie. Le popolazioni che gli Spagnoli incontrarono erano sane, ben nutrite, pacifiche (con qualche eccezione come gli Aztechi e gli Inca), democratiche ed egalitarie. Da un capo all’altro delle Ameiche i primi esploratori, compreso Colombo, sottolinearono la straordinaria ospitalità dei nativi. I conquistadores furono affascinati dalle costruzioni mirabili — strade, canali, edifici — e alle opere artistiche che trovarono laggiù, e che in alcuni casi superavano di gran lunga qualsiasi cosa essi avessero mai visto in patria. Niente di tutto questo li trattenne dal distruggere tutto e tutti sul loro cammino.
La mattanza ebbe inizio con Colombo. Fu lui a massacrare la popolazione di Hispaniola (ora Haiti e Repubblica Dominicana) servendosi di mezzi incredibilmente brutali. I suoi soldati strappavano i bambini dalle braccia delle madri e ne spaccavano la testa contro le rocce. Davano in pasto ai loro cani da guerra bambini vivi. Una volta impiccarono 13 Indiani in onore di Cristo e dei suoi 12 apostoli, «ad un patibolo lungo, ma abbastanza basso da permettere alle dita dei piedi di toccare il terreno evitando lo strangolamento […]. Quando gli indiani furono appesi, ancora vivi, gli spagnoli misero alla prova la loro forza e le loro spade, li squarciarono in un solo colpo facendo fuoriuscire le interiora, e c’era chi faceva di peggio. Poi gettarono intorno della paglia e li bruciarono vivi» [cit. da Bartolomé de Las Casas, History of Indies, trad. e cura di Andree Collard, Harper&Row, New York 1971, p. 94, in: David E. Stannard, Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, Bollati Boringhieri 2001, p. 136 — nota mia].
Colombo ordinò che tutti i nativi consegnassero un certo quantitativo di oro ogni tre mesi: ogni volta che qualcuno non lo faceva, gli venivano mozzate le mani. Nel 1535 la popolazione nativa di Hispaniola era passata da 8 milioni a zero: una parte delle perdite era dovuta alle malattie, una parte alle uccisioni, ma la maggioranza era dovuta alla morte per fame.
I conquistadores dispiegarono la loro missione civilizzatrice nell’America centrale e meridionale. Quando non riuscivano a rivelare dove fossero nascosti i loro mitici tesori, gli indigeni venivano frustati, impiccati, affogati, squartati, sbranati dai cani, sepolti vivi o bruciati. I soldati tagliavano i seni delle donne, rimandavano i nativi ai loro villaggi con le mani e i nasi mozzati appesi attorno al collo a mo’ di collana, e cacciavano con gli Indiani con i loro cani per sport. Ma moltissimi vennero uccisi dalla schiavitù e dalle malattie. Gli Spagnoli scoprirono che era più conveniente far lavorare gli Indiani fino alla morte e poi rimpiazzarli, piuttosto che tenerli vivi: l’aspettativa di vita nelle miniere e nelle piantagioni andava dai tre ai quattro mesi. Nel giro di un secolo dal loro arrivo, circa il 95% della popolazione dell’America Centrale e Meridionale era stata annientata.
Nel corso del XVIII secolo, in California, gli Spagnoli sistematizzarono questo sterminio. Il missionario francescano Junipero Serra impiantò una serie di “missioni”: si trattava in realtà di campi di concentramento che utilizzavano il lavoro degli schiavi. I nativi erano raggruppati a forza in squadre e fatti lavorare nei campi, con un quinto delle calorie concesse agli schiavi afro-americani nel XIX secolo. Morivano di stenti, di fame e di malattia con spaventosa rapidità, e venivano continuamente rimpiazzati liquidando così le popolazioni indigene. Junipero Serra, l’Eichmann della California, è stato beatificato dal Vaticano nel 1988. Adesso gli manca soltanto di aver operato un miracolo per essere fatto santo (2).
Mentre gli Spagnoli erano guidati soprattutto dall’avidità e dalla brama di oro, gli Inglesi che colonizzarono il Nord America volevano la terra. In New England essi accerchiarono i villaggi dei nativi americani e ne massacrarono gli abitanti mentre dormivano. Mentre dilagava verso occidente, il genocidio veniva giustificato e sostenuto ai massimi livelli. George Washington ordinò la totale distruzione degli insediamenti e della terra degli Irochesi. Thomas Jefferson dichiarò ch le guerre della sua nazione contro gli Indiani sarebbero proseguite finché ogni tribù non fosse stata «sterminata o sospinta al di là del Mississippi». In Colorado, nel corso del massacro di Sand Creek, nel 1864, truppe paludate sotto bandiere di pace trucidarono gente disarmata, uccidendo bambini e neonati, mutilando i corpi e strappando alle vittime i genitali per farne borse da tabacco o appenderli come ornamento ai loro cappelli. Theodore Roosevelt definì questo evento «un’azione legittima e giovevole come quelle che accadevano solitamente sulla frontiera».
La mattanza non è finite: il mese scorso il Guardian riportava che in Amazzonia occidentale dei rancheros brasiliani, dopo aver ridotto in schiavitù parte dei membri di una tribù della foresta, avevano tentato di uccidere i superstiti (3). Cionondimeno, i più grandi atti di genocidio della storia difficilmente turbano la nostra coscienza collettiva. Forse è questo che sarebbe accaduto se i Nazisti avessero vinto la seconda guerra mondiale: l’Olocausto sarebbe stato negato, giustificato o minimizzato nello stesso modo, e continuato. Le nazioni responsabili — Spagna, Gran Bretagna, Stati Uniti ed altri — non accetteranno il confronto, ma le soluzioni finali perseguite nelle Americhe sono state di gran lunga più efficaci. Coloro che le commissionarono o le avallarono sono e restano eroi nazionali o religiosi. Coloro che cercano di stimolare la nostra memoria sono ignorati o condannati.
Questo è il motivo per cui la destra odia Avatar. Sul Weekly Standard, di orientamento neocon, John Podhoretz lamenta che questo film assomiglia a uno di quei «western revisionisti» in cui «gli Indiani diventano bravi ragazzi e gli americani teppisti» (4). Dice anche che questo spingerà gli spettatori a «fare il tifo per la disfatta dei soldati americani per mano dei ribelli». Ribelli è una parola interessante per definire il tentativo di resistere a un’invasione (oggi si chiamerebbero razzisti - NdR): ribelle, come selvaggio, è il termine con cui definiamo qualcuno che ha qualcosa che noi vogliamo. L’Osservatore Romano, organo ufficiale del Vaticano, ha già bollato il film come «nient’altro che una parabola anti-imperialistica e anti-militaristica» (5).
Ma perlomeno la destra sa che cosa attacca questo film. Sul New York Times il critico liberal Adam Cohen celebra Avatar perché difende il bisogno di sapere la verità (6). Esso rivela, dice lui, «il ben noto principio del totalitarismo e del genocidio — che è più facile opprimere quelli che non vediamo». Ma con meravigliosa e inconscia ironia egli deforma l’ovvia dirompente metafora, e sostiene che il film prende di mira le atrocità naziste e sovietiche. Siamo diventati tutti esperti nella nobile arte di non vedere.
Concordo con i critici di destra sul fatto che Avatar è grossolano, stucchevole e banale. Ma esso ci parla di una verità più importante — e più pericolosa — di quelle contenute in mille film indipendenti.
                                                                                                           
Note:
1. David E Stannard, 1992. American Holocaust. Oxford University Press. Salvo diversa indicazione, tutti gli eventi storici qui menzionati sono tratti dal libro in questione..
2. http://www.latimes.com/news/local/la-me-miracle28-2009aug28,0,2804203.story
3. http://www.guardian.co.uk/world/2009/dec/09/amazon-man-in-hole-attacked
4. http://www.weeklystandard.com/Content/Public/Articles/000/000/017/350fozta.asp
5. http://www.thesun.co.uk/sol/homepage/news/2802155/Vatican-hits-out-at-3D-Avatar.html
6. http://www.nytimes.com/2009/12/26/ opinion/26sat4.html
         di George Monbiot - 19/01/2010  su The Guardian, traduzione di Alessandra Colla

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domenica 7 marzo 2010

Gli scontri di Milano. E gli inganni del melting pot.

Egiziani contro peruviani. Nordafricani contro sudamericani. La chiave per capire gli scontri di sabato scorso a Milano è qui: nel ruolo determinante giocato dall’appartenenza etnica delle persone coinvolte, non tanto nell’episodio iniziale della rissa e dell’omicidio quanto nelle violenze che hanno seguito la morte del 19enne egiziano.

Nel gran parlare di immigrazione, infatti, ciò che di solito si evita di affrontare è il problema dell’integrazione non già dei singoli individui ma dei gruppi etnici cui essi appartengono. L’ipotesi comunemente accettata, fin quasi a diventare un dogma, è che l’amalgama (il famigerato “melting pot” statunitense) sia un approdo inevitabile.
O presto o tardi, i diversi gruppi troveranno un punto di equilibrio. Volenti o nolenti impareranno a convivere. A capirsi l’un l’altro. O a sopportarsi, quanto meno. La loro coesistenza all’interno del medesimo territorio smetterà di essere un’equazione dalle troppe incognite, in cui la minima variazione di un singolo elemento può cambiare completamente il risultato finale, e diventerà un’operazione sociale come tutte le altre: non importa che vi siano armonia ed equità; basta che il disagio, e l’aggressività che ne deriva, restino sotto il livello di guardia. O che non esplodano se non in modo occasionale, come attacchi di febbre che, per quanto intensi, sono destinati a esaurirsi nel volgere di pochi giorni. Con “l’aiuto”, magari, del rimedio prediletto dalle questure: polizia in assetto antisommossa e arresti di massa. Repressione a tappeto, l’equivalente di un antibiotico a largo spettro. Ci saranno delle controindicazioni, anche gravi, ma non si può (non si vuole) fare diversamente.
Chi governa le società occidentali, in senso economico prima ancora che politico, continua a scommettere su questo. Sulla forza travolgente della seduzione materialista. Sulla convinzione che qualsiasi persona e qualsiasi popolo non siano in grado di resistere alle lusinghe del consumismo, una volta che le abbiano conosciute e sperimentate. Dietro tutte le chiacchiere solidaristiche e umanitarie, l’essenza del progetto di integrazione sull’asse Usa/Ue è il superamento dei legami identitari preesistenti. La logica individualistica che dissolve gli aspetti culturali delle appartenenze originarie e le ridefinisce in base ai valori universali (globali) della ricchezza e del potere. Non sei un egiziano, o un peruviano, o chissà che altro. Sei un consumatore in ascesa. Più ti muovi da solo e più sei libero di accelerare la tua scalata alle posizioni più alte. Alle posizioni più vantaggiose.

Ma la teoria, come sempre, è molto più semplice della realtà. Per potersi dispiegare appieno, infatti, la perversa fascinazione del liberismo ha bisogno di elevati livelli di crescita economica, quand’anche simulati per mezzo delle bolle speculative che gonfiano artificiosamente le disponibilità finanziarie e consentono, perciò, di aumentare a dismisura il credito al consumo. Nei momenti di crisi, come quello che stiamo vivendo e che assai difficilmente verrà superato in via definitiva riportandoci agli standard precedenti, le attrattive della competizione esasperata escono fatalmente ridimensionate. Le persone in difficoltà tendono a riconsiderare le proprie scelte, fino a rivalutare l’importanza dei vincoli famigliari e per estensione, laddove non siano stati recisi in via definitiva, di quelli etnici.

Presi in se stessi gli scontri di Milano sono solo un avvenimento di cronaca che si è risolto nel giro di poche ore, ma possono servire a ricordarci qualcosa di importante: che la differenza fondamentale tra noi italiani e gli immigrati, specie se extracomunitari, è nel fatto che noi siamo molto più avanti di loro sulla strada (o sulla china) della deriva individualista. Se e quando le tensioni sociali si acuiranno, diventando una vera e propria lotta per la sopravvivenza, chi è ancora capace di fare gruppo rinsalderà i vincoli con chi gli appare più vicino e affine. Egiziani con egiziani. Peruviani con peruviani. E gli italiani, totalmente disabituati a pensarsi come popolo e a perseguire un bene comune, chissà.
                                                                         Federico Zamboni - "La Voce del Ribelle", 17.2.2010

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