Resistere, Resistere, Resistere

Resistenza alla dittatura interNazi[onalsociali]sta = Resistenza all'invasione straniera = Resistenza al genocidio del popolo italiano




domenica 28 febbraio 2010

Il disordine creato da una finta civiltà


Qualche anno fa vidi sulla Rete Tre un bel documentario sulla vita di un esquimese, di nome Anarvik, che abitava nell'estremo nord del Canada. Viveva di nomadismo, di pesca, al salmone naturalmente, di giornate di caccia passate a procurarsi col suo winchester il cibo e il vestiario essenziali per sé e la sua famiglia. Era una vita piena di fatiche e di incognite, legata al raccolto di giornata, ma, a quanto pareva, serena se non addirittura felice.
Ma nella zona fu trovato il petrolio e arrivarono le trivelle, i canadesi, gli americani e la civiltà. Il documentario faceva vedere com'era cambiata l'esistenza di Anarvik: adesso, provvisto di divisa regolamentare, lavorava come commesso in un Supermarket, reparto surgelati, dove potenti motori ottenevano, con grande dispendio di energia, quel freddo che la natura intorno offriva senza risparmio.
Prima Anarvik viveva, con altri nomadi come lui, in spazi liberi e la sua esistenza aveva dignità, identità e un senso, dopo era diventato una caricatura di se stesso, una grottesca parodia, perché un esquimese che lavora in un surriscaldato reparto surgelati è una contraddizione in termini, è solo ridicolo.
Quel vecchio documentario mi è venuto in mente apprendendo la storia del popolo Innu, che vive nelle gelide regioni del Labrador, perché porta alle estreme ma logiche e prevedibili conseguenze, dandole un significato collettivo, anzi universale, la singola vicenda umana di Anarvik.
Questa storia sono venuti a raccontarla in Italia, a Milano, alcuni membri della tribù Innu, aiutati dall'organizzazione Survival International. Anche gli Innu vivevano di nomadismo, di caccia e di pesca e correvano liberi per i loro vasti territori che non interessavano nessuno perché per la maggior parte dell'anno sono coperti dal ghiaccio.
Poi un giorno gli occidentali scoprirono che anche quei terreni inospitali e quella comunità di pur sempre potenziali consumatori potevano essere appetibili e il governo canadese ha deciso di portare fra gli Innu la modernità e la civiltà. Espropriò quei territori e costruì scuole, ospedali, chiese, supermercati, distributori di benzina, ha innalzato dighe, aprì miniere e diede ad ogni capofamiglia Innu uno stipendio di 100 dollari. Tutto molto bene.
Oggi gli Innu vivono in una condizione di totale abbruttimento, alcolizzati, drogati, violenti. I suicidi, fenomeno sconosciuto a quella popolazione come ad ogni comunità tribale, mietono vittime soprattutto fra i giovani e i giovanissimi e i ragazzi che non si sopprimono si stordiscono sniffando benzina o colla. L'85% degli abitanti sopra i quindici anni è alcolizzato. Nel giro di pochi anni gli Innu si sono ridotti a 20 mila unità e vanno verso l'estinzione. Ha detto Apes Ashini (che guidava la minidelegazione Innu, tre persone e il cui figlio quindicenne, che si faceva pateticamente chiamare «Mister T», come il personaggio di un cartoons americano, si è suicidato proprio mentre il padre si trovava in Italia): «Siamo stati costretti ad apprendere cose non nostre. Il governo e i missionari hanno creato una confusione orribile, nessuno di noi riesce più a capire chi è. E non credo che lo capiremo mai, perché le cose che ci dicono non sono nostre e così siamo considerati solo degli ubriaconi maleducati e ignoranti. Noi rivogliamo i nostri territori e il controllo della nostra vita».
Non c'è niente da fare, l'Occidente è come il «Candide» di Voltaire. Pensa di aver costruito «il migliore dei modelli possibili» e vuole imporlo all'universo mondo, anche a chi ne ha fatto per migliaia di anni volentieri a meno. Non concepisce «l' altro da sé». Con le sue buone intenzioni e i suoi missionari ha spazzato via culture, tradizioni, lingue, modi di vita diversi dal nostro, devastato intere popolazioni dei cosiddetti Terzo e Quarto Mondo e ha assassinato e sta assassinando milioni se non decine di milioni di uomini, di donne, di giovani, di bambini.
Ma per questo genocidio non è previsto nessun tribunale internazionale dell'Aja. Al suo posto c'è il G8.
                                                                                     Massimo Fini - La Voce del Ribelle, 23.2.2010 

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sabato 27 febbraio 2010

Grecia: prove generali dell'Europa

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Quanto accaduto alcuni giorni addietro   in Grecia, ovvero lo sciopero generale per protestare contro le misure eccezionali prese dal governo Papandreou per ridurre le spese, che ha visto in piazza centinaia di migliaia di persone, con diversi e accesi scontri con le forze dell'ordine, merita una attenzione particolare. Certamente più profonda di quella riservata all'evento dai media nostrani e internazionali che, nella migliore delle ipotesi, si sono accontentati di raccontare brevi cenni di cronaca. Quanto avvenuto è infatti paradigmatico di una situazione generale, oltre alla evidente contingenza locale della Grecia. Di più: i fatti di Atene rappresentano le prove generali di quanto, con molta probabilità, sta per accadere a larga parte d'Europa - Italia inclusa - e in modo più esteso è la diretta conseguenza di quanto, da decenni, sta covando di fatto in tutto il mondo.
La riflessione "bucata" dalla quasi totalità di stampa e televisioni - nonché da larga parte dei sedicenti intellettuali da salotto - riguarda infatti l'aspetto generale, e dunque esistenziale, comune alla società nel suo complesso.

La cronaca e le motivazioni della protesta sono note e semplici da rammentare: larghissima parte della popolazione greca protesta contro il governo locale per i fortissimi tagli imposti dallo stesso alle finanze dello Stato e dunque a tutti i cittadini. Tra le altre cose, si tratta di congelamento dei salari e soprattutto di inevitabili e drastiche riduzioni dei servizi.
Solo di passaggio, vale bene rammentare che l'attuale governo greco è considerato "socialista", e per chi abbia memoria storica di tale termine - al di là del fatto che oggi si dichiarano socialiste, nel mondo, anche tante forze che di interessi sociali hanno poco o nulla - rimane comunque, se non altro dal punto di vista terminologico, l'evidenza della contraddizione.
 Il punto è che i tagli operati in Grecia provengono da ferree direttive europee: in ordine agli aiuti che l'Europa darà alla Grecia per superare (almeno così si spera...) l'attuale momento di grave crisi, si chiede, cioè, si impone, al governo greco di operare dei tagli a colpi di mannaia sulle spese pubbliche. Non fosse che, queste spese pubbliche tagliate, sono esattamente quelle di stampo sociale che vanno a colpire, pertanto, proprio la popolazione.
Gli striscioni in testa ai vari cortei sono a senso unico e fanno capire immediatamente la natura della protesta: "noi (cittadini) non vogliamo pagare per una crisi che non abbiamo causato".

Inutile insistere sul messaggio: è chiaro. E sacrosanto. In Grecia sta avvenendo né più né meno che quanto è nell'ordine delle cose (e su queste pagine lo abbiamo anticipato in tempi non sospetti): la crisi economica globale, generata in primis dal fallimentare stesso sistema economico alla base delle nostre società, e portato alle estreme conseguenze dalla ingordigia della finanza, sarà pagata direttamente da chi non ha colpa alcuna. Fatta eccezione, naturalmente - e se di colpa possiamo parlare - il fatto che oggi, in vasta parte del mondo, c'è ancora chi non riesce a mettere a fuoco il punto principale del nostro sistema di sviluppo, pende dalla labbra di chi perdura a sostenerlo (di una parte o dell'altra) e non riesce a fare il passo successivo che vuole in una critica radicale del modello stesso (e dei suoi rappresentanti politici, di una parte o dell'altra) il punto principale di protesta.
Per essere chiari e rimanendo nell'ambito greco: se anche cadesse Papandreou, e arrivasse a governare una forza politica opposta - ma interna alla stessa logica sistemica - i tagli che la Grecia dovrebbe operare sarebbero i medesimi. La politica interna degli stati europei non è appannaggio locale, statale, ma centrale. Diretta conseguenza di decisioni prese altrove. E si tratta di decisioni prettamente economiche, non politiche. Attinenti dunque all'aspetto materiale, non relativo "al" politico. Diretta espressione, pertanto, di volontà meramente economiche, come Banche & Co., che nella loro logica non hanno il buon governo e la buona politica - dunque il benessere dei cittadini in senso lato - ma il profitto. Privato, of course, a spese di stati e cittadini.
 Perché se è vero - ed è vero - che l'ingresso della Grecia in area Euro è avvenuto grazie a brogli finanziari (per truccare i conti) operati mediante l'intervento - interessato - di grandi banche come la Goldman Sachs (nessun media ne parla, avete visto?), e se è vero - ed è vero - che le stesse grandi banche stanno oggi speculando sulla crisi greca scommettendo sul suo default grazie al mercato dei Credit Default Swap che ha ripreso a galoppare alla grande malgrado la bolla del 2007 e del 2008, è evidente che il governo del singolo Stato (in questo caso quello greco) conti poco o nulla in merito a quanto sta accadendo. Non può che fare ciò che gli chiede l'Europa (espressione prettamente economica e affaristica) e non può che sottomettersi agli attacchi finanziari delle grandi banche.

Dal punto di vista esistenziale - e chiudiamo la breve riflessione lasciando al mensile lo spazio per una analisi dettagliata - cosa sta avvenendo in Grecia è la prova generale di quanto accadrà fatalmente a diversi altri stati europei e, più in generale, di quanto accadrà tra il piccolo e ricco Nord del mondo, opulento, economicamente straricco e in grado di indirizzare la società, e il Sud diffuso, composto da chi al gioco della competizione ha perso inesorabilmente, è sfruttato da decenni se non centinaia di anni, e chi fino a poco tempo fa poteva avere il miraggio di rappresentare la fascia media, ma ora sta scivolando rapidamente nel Sud stesso.
Brutalmente: dividendi privati e socializzazione della crisi. A vincere sono sempre le Banche e a perdere sono i cittadini. Le proteste non sono solo giustificate, ma aumenteranno.
Valerio Lo Monaco

"La voce del ribelle" - venerdì, febbraio 26, 2010 at 10:46

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sabato 6 febbraio 2010

Non aiutateci più, per favore.


Negli States è diventato un best seller e Time Magazine ha classificato Dambisa fra le 100 donne più influenti del mondo. Da noi non sappiamo neanche chi sia. Dambisa Moyo, nata in Zambia, laurea in economia a Oxford e master a Harvard, alla Goldman Sachs è esperta di macroeconomie, madrina del  Absolute Return for Kids, un fondo di beneficenza per l'infanzia abbandonata. Il suo libro "Dead Aid" (aiuto morto) sostiene la teoria del "Per favore non aiutateci più" (uno dei capitoli più accattivanti del libro stesso). Spiega senza mezza termini come l'aiuto dai paesi ricchi non abbia mai funzionato e analizza un'altra maniera di aiutare il Terzo Mondo. Proprio mentre uno tsunami di aiuti umanitari, quantificati in 450 milioni di dollari, si abatte su Haiti.
Negli ultimi 50 anni più di un trilione di dollari sono stati donati dall'Occidente all'Africa. I beneficiari ne hanno guadagnato? Assolutamente no. Anzi le condizioni delle popolazioni, malattie e mortalità infantile, sono di gran lunga peggiorate. È da sfatare il mito che i miliardi di dollari versati dai paesi ricchi all'Africa abbiano ridotto la povertà e prodotto ricchezza. Hanno soltanto creato un circolo vizioso di dipendenza: "Leaving them with nothing but the “need” for more aid" (Lasciandoli con niente se non con il bisogno di più aiuti). Hanno invece lasciato un solco di corruzione, violenza e depauperamento delle materia prime, residuo della vecchia mentalità colonizzatrice. Sono stati i "ricchi" a saccheggiare i "poveri". Si sono "salvati" solo quei paesi che hanno rifiutato gli "aiuti" tradizionali e hanno faticosamente cercato la loro "via" di prosperità.
Il modello Angioline Jolie che commossa accarezza le testoline rapate e scheletriche dei bambini serve più (o solo) come ritorno d'immagine a lei che non all'Africa.
Sharon Stone è volata in Giappone per lanciare la sua linea di gioielli, sempre nell'ambito dei progetti di aiuto per l'Africa. La collezione è griffata Damiani, chi avrà più ritorno d'immagine il gioielliere, la Stone o i bambini d'Africa con la fame negli occhi? Chi gliela regala alla Stone una copia di Dead Aid?
Infine, ragioniamo un po' sulle cifre fornite da Epsilon, associazione Onlus, fortemente voluta da Claudio Stabon, vicepresidente Cir.
40,3 milioni di persone nel mondo affette da Aids.
6 milioni quelle che muoiono per Aids, malaria e tubercolosi.
130 milioni i bambini nel mondo che non possono andare a scuola.
852 milioni che soffrono di fame e malnutrizione.
1200 bambini che muoiono ogni ora per malattie prevedibili*.
Gli aiuti hanno funzionato e funzionano alla grande, come si vede.
                                                              Januaria Piromallo (http://www.bellaedannata.com/

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