Resistere, Resistere, Resistere

Resistenza alla dittatura interNazi[onalsociali]sta = Resistenza all'invasione straniera = Resistenza al genocidio del popolo italiano




sabato 23 gennaio 2010

Greenwashing, ovvero... .

Ogni tanto qualcuno ci rimprovera perché abbiamo dimenticato parte della nostra antica "mission", ovvero quella di fornire dritte e idee per una vita più sostenibile, decrescitista, insomma più adattata a tempi di crisi.
Come sa chi legge anche Petrolio, c'è una vecchia diatriba in corso sugli elettrodomestici e il loro consumo. Oggi voglio parlare di come "lavare" in casa in modo più efficiente. Utile ai numerosi lettori maschi, ancora più utile alle molte scettiche mogli e mamme, che non crederanno a una parola di ciò che vado scrivendo.

LAVATRICE.
Acqua. Già sappiamo che quasi tutto può essere lavato a 40°, si può fare eccezione per tovaglie macchiate (ma non le usa più nessuno, le tovaglione in stoffa) e i lenzuoli, specialmente se abbiamo animali in casa. Ricordiamoci che l'acqua troppo calda distrugge i tessuti, e ciò vale ancora di più per i capi moderni piuttosto scadenti: buttar via roba per la paranoia del pulito è la prima sciocchezza.
Detersivo. Ne basta mezzo tappo, uno se volete strafare. Non date MAI retta a ciò che c'è scritto sulla confezione, e fregatevene anche delle acque dure o morbide. In verità, ciò che lava è lo sfregamento e lo sballottamento dei panni nel cestello, il detersivo è poco più che decorativo. Se avete una lavatrice moderna, di quelle col "risparmio d'acqua" (ci scampi Iddio), i vostri capi sono già intrisi di detersivo dai precedenti lavaggi, giacché tali lavatrici non sciacquano niente. Esatto: la delicata magliettina del vostro neonato è piena di robaccia chimica non sciacquata. Paradossalmente, le prime volte potreste persino non usare affatto detersivo, quello residuo dai precedenti lavaggi è già sufficiente. Se non ci credete, provate a mettere in una bacinella una maglietta appena lavata: vedrete il sapone che ne esce.
Ammorbidente. Non serve a nulla, se non a riempirvi di altra robaccia chimica, ed è estremamente inquinante. Si, è beello il lenzuolino morbido, ma no grazie. Preferisco un lenzuolo che non mi inquini la pelle. Se proprio non vivete senza, mettete 50/60 grammi di acido citrico in mezzo litro d'acqua (è la bottiglia/scorta), e usate un po' di quello. E' completamente innocuo.
Anticalcare. Non serve a niente neanche quello. Per il semplice motivo che la vostra lavatrice elettronica si romperà comunque dopo tre anni, e dovrete buttarla perché costa troppo rimpiazzare le schede bruciate. Che spendete a fare per il Calgon, allora?

LAVASTOVIGLIE.

Acqua. Se ci riuscite, collegatela all'impianto di acqua calda. In ogni caso, non usate programmi lunghi a meno di padelle incrostatissime. Pulite bene i piatti nella spazzatura prima di metterli dentro, ma non sciacquateli sotto il rubinetto: sprecate tonnellate di acqua in questo modo. Se vi piace lavarli a mano allora fatelo, e vendete la lavastoviglie!
Detersivo. Non fatevi incantare dalle powerball che fanno cinque cose in una e anche il caffè, sono tutte balle. Comprate le pastiglie normali al discount, e... usatene mezza. Avete capito bene: mezza pastiglia lava esattamente come una intera, e vi mangiate meno detersivo. Fate la prova, se non ci credete.
Brillantante. L'ho sempre odiato, il solo pensiero di mangiarmi quella roba mi faceva venire il mal di stomaco. Ma è indispensabile, se ci piacciono i bicchieri belli lucidi. Per fortuna ci viene incontro... l'ammorbidente! Già, lo stesso acido citrico che usate per la lavatrice funziona perfettamente anche in lavastoviglie: 50/60 grammi in mezzo litro d'acqua, e poi un po' nella vaschetta del brillantante. En passant, sappiate che sostituisce benissimo anche il Viakal, che puzza orribilmente.

Con questi piccoli accorgimenti non è che salvate il pianeta, come ama farci credere la pubblicità. Il pianeta se ne va a ramengo lo stesso: per salvarlo dovremmo tutti in blocco andare a lavare al torrente con la lisciva fatta in casa. Ma in attesa dell'apocalisse risparmiamo soldi ed energia, e soprattutto ne guadagnamo in salute. Cosa non da poco.

Di Debora Billi, da  "Blogosfere"

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sabato 9 gennaio 2010

2010: l'anno della biodiversità

di gab - 04/01/2010
Fonte:
AAM Terra Nuova [scheda fonte]



"La natura per migliorare la vita". Con questo slogan si aprirà il 2010: l'anno Internazionale della Biodiversita'. L'Unione mondiale per la conservazione della natura lancia l'appello affinché si trovino possibilità per trovare nel 2010 soluzioni concrete per la salvaguardia dell'ambiente naturale da cui l'uomo dipende.

L'Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn, International union for conservation of nature) tenta di portare avanti un intervento immediato per proteggere le specie, ecosistemi e delle risorse naturali, prima che sia troppo tardi. Nel 2010 si chiude, infatti, il Countdown per la biodiversità con l'obiettivo di ridurne la perdita di specie anche se per il momento con risultati inferiori a quelli sperati. Per questo, l'Iucn chiede una piu' forte Convenzione sulla diversita' biologica per salvaguardare la vita sulla terra, in tutte le sue forme. Secondo Julia Marton-Lefevre, direttore generale di Iucn, ''se gestite bene le risorse naturali sono fondamentali per lo sviluppo sostenibile, per il sostegno alle comunita', per incoraggiare una crescita economica equilibrata e contribuire a ridurre la poverta'. La tutela della biodiversita' - aggiunge - protegge le risorse preziose che sono vitali per l'economia globale''. Per il direttore del gruppo di conservazione della Biodiversita' dell'Iucn, Jane Smart, ''siamo di fronte a una crisi di estinzione: in tutto il mondo sono a rischio il 21% dei mammiferi del mondo, un anfibio su tre, un uccello su otto e il 27% dei coralli''.

E per spiegare la gravità dell'estinzione, dice Smart: ''Abbiamo bisogno di ricordare che l'estinzione e' irreversibile. La perdita di questa diversita' naturale che sottende a tutta la vita del Pianeta e' una grave minaccia per l'umanita', per ora e per il futuro''. Infatti, osserva Neville Ash, capo del programma ecosistema dell'Iucn, ''la biodiversita' e' alla base di tutta la vita sulla terra. Abbiamo bisogno di azioni concrete e politiche di sostegno per la conservazione delle specie, per la gestione e il ripristino degli ecosistemi, comprese le aree protette e del paesaggio piu' ampio, per promuovere l'uso sostenibile delle risorse naturali''. Ecco i primi appuntamenti per la difesa della biodiversita' del 2010: - 11 gennaio: lancio ufficiale dell'anno Internazionale della biodiversità a Berlino in Germania; - 20 gennaio: congresso 'Nature' del comitato francese dell'Iucn Comitato francese; - 21 e 22 gennaio: l'high-level event per l'anno Internazionale della biodiversita' con il lancio dell'esibizione sulla biodiversita' dell'Unesco della versione francese di soluzioni naturali sulla relazione tra aree protette e cambiamenti climatici a Parigi. 

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venerdì 8 gennaio 2010

Coloni americani vs nativi: lo scontro di due culture - La terra su cui si vive è casa propria.

Sul suolo americano si è compiuto uno dei più tragici eccidi della storia moderna. Fra massacri, battaglie, confinamenti e violazioni non solo si sono scontrati due popoli che si contendevano la stessa terra, ma si sono confrontati due modelli culturali e spirituali antitetici, uno basato sul rispetto per la natura e sulla vita in simbiosi con essa e uno sul mercantisilismo e sul materialismo.




Mentre scrivo è il 29 dicembre. La stessa mattina di 119 anni fa si compiva uno dei più orrendi e infami massacri della sanguinosa storia americana: i soldati del maggiore Whitside aprivano il fuoco con le loro micidiali mitragliatrici Hotchkiss sui membri della tribù Miniconjou di Piede Grosso, la maggior parte dei quali donne, bambini e anziani, impossibilitati a difendersi poiché la sera prima erano stati privati delle armi e dei cavalli. Il bilancio non ufficiale parla di circa 300 morti, in quella che ancora oggi viene considerata una battaglia, nonostante si sia trattato solo e soltanto di un tiro al bersaglio e i pochi soldati americani morti siano caduti sotto il fuoco amico.
Quel tragico avvenimento segna la fine del trentennio della “soluzione finale” – come la chiama Dee Brown nel suo celeberrimo libro intitolato proprio Seppellite il mio cuore a Wounded Knee –, ovvero quelle tre decadi in cui la pratica del colonialismo interno tanto cara alla dottrina Monroe venne applicata con più abnegazione e intransigenza, nel nome di quel destino manifesto che ancora oggi gli Stati Uniti utilizzano, seppur con diverse forme di propaganda, come scusa per espandere i loro interessi nel mondo.
Se i coloni del diciannovesimo secolo erano animati da una sorta di arrogante senso di superiorità – derivante un po’ dal retroterra rigidamente puritano da cui provenivano, un po’ da un presunto primato culturale e spirituale rispetto ai nativi –, oggi l’eccezionalismo americano è un mero pretesto che cela mire economiche e geopolitiche.

Tralasciando in questa sede le implicazioni più recenti, vorrei concentrarmi brevemente su quel funesto trentennio durante il quale non solo due popoli si contesero con le armi una grande terra, ma si scontrarono e confrontarono due civiltà dalle anime totalmente antitetiche.
Una delle differenze che maggiormente demarcano questa opposizione è proprio il radicamento verso la Terra e il rapporto con essa. I coloni americani, già deterritorializzati in quanto calati in un contesto che non apparteneva a loro e animati da una ferma volontà di rottura con il proprio paese d’origine, avevano un approccio decisamente materialista verso il suolo che hanno mangiato ai nativi nei corso dei quattro secoli di colonizzazione: per loro l’unica cosa che contava erano gli acri di campi, le miglia di piste e il numero e le dimensioni delle città che venivano costruite. Nulla era la considerazione per chi abitava quel luogo prima di loro, esseri senzienti o meno.


Per i nativi invece il valore della loro Terra non era quantificabile né tanto meno monetizzabile e un tale pensiero era addirittura illogico, non contemplato dalla loro cultura. A questo proposito sono emblematiche le parole di Capo Giuseppe dei Nez Perces, rivolte al governatore americano che gli proponeva un trattato con cui negoziare la proprietà della loro Terra: «La Terra e io siamo dello stesso parere, le dimensioni della Terra e le dimensioni dei nostri corpi sono le stesse». Neanche il più convinto degli ecologisti profondi saprebbe forse trovare un modo così efficace e al tempo stesso semplice per spiegare il rapporto simbiotico che legava queste genti al suolo che calpestavano e che, come loro stessi rimarcavano – «Io non ho mai detto che la Terra è mia per farne ciò che mi pare, l’unico che ha il diritto di disporne è chi l’ha creata», continuava Capo Giuseppe –, non era una loro proprietà ma un dono del Grande Spirito di cui usufruire secondo le proprie esigenze.
Il concetto di limite, collegato a quello di necessità, era fondamentale per i nativi. Non si abusava mai di quello che la Terra offriva e veniva consumato solo ciò che era strettamente necessario alla sopravvivenza. I bisonti abbattuti venivano sfruttati in ogni loro parte – la carne per l’alimentazione, la pelle per riscaldarsi, le corna e le ossa per costruire utensili – e all’uccisione seguiva una particolare cerimonia animata dai sentimenti di rammarico per la morte dell’animale e di gratitudine per il sostentamento che esso offriva. La caccia in generale era caratterizzata da una forte ritualizzazione e anche dal punto di vista biologico si inseriva in un ciclo naturale perfettamente equilibrato.
Il concetto di preservazione, opposto allo spreco, era applicato anche agli uomini: i conflitti fra le diverse tribù avvenivano spesso ma non erano quasi mai cruenti e mortali; durante la lotta si usava “contare i colpi” – ovvero avvicinarsi il più possibile e colpire – anziché abbattere l’avversario, sia per dimostrare valore in battaglia – l’avvicinamento e la messa a segno del colpo ravvicinato erano molto più difficili dell’assestamento di un colpo, pur mortale, da grande distanza – sia per fare sì che scaramucce dovute a questioni in fin dei conti secondarie non causassero morti inutili, gravando sulle forze della tribù.

Questa ritualità fu ovviamente abbandonata nel corso delle guerre combattute con i bianchi, i quali non conoscevano affatto il valore e l’etica guerriera che era invece fondamentale per i nativi. Ciononostante, furono diverse le battaglie che gli indiani vinsero, grazie a un’abilità in combattimento e a una conoscenza del territorio che sopperivano all’inferiorità dal punto di vista delle armi e degli equipaggiamenti. La più celebre è certamente la battaglia di Little Big Horn, in occasione della quale i Lakota inflissero una storica sconfitta all’esercito americano guidato dal tenente colonnello Custer, che seguì di pochi giorni un’altra grave disfatta riportata dalle truppe del generale Crook sul fiume Rosebud.




La sconfitta di Little Big Horn ebbe diverse conseguenze, che riflettono abbastanza bene l’indole e l’approccio dei due popoli. Prima di tutto, dopo anni di angherie ed eccidi (il massacro del Sand Creek risale a 12 anni prima, la strage del Washita a 8 anni prima), il governo americano parlò di brutalità e crudeltà dei Lakota, i quali dopo la battaglia compirono le uccisioni e le mutilazioni rituali, considerate inaccettabili dal punto di vista militare e culturale dagli occidentali. La reazione più istintiva degli americani fu poi ancora peggiore: non poterono accettare di essere stati sconfitti da “selvaggi”, da una piccola minoranza che da decenni cercavano di spazzare via con la loro colonizzazione interna. La guerra della Black Hills – nell’ambito della quale si svolse la battaglia di Little Big Horn – fu comunque vinta e gli Stati Uniti riuscirono a sfruttare i giacimenti auriferi situati nel territorio sacro delle Paha Sapa, ma il valore storico e culturale di quell’episodio è vivo ancora oggi.
L’artefice di quella grande vittoria fu Cavallo Pazzo, grande condottiero dei Lakota Oglala e ultimo capo, insieme a Toro Seduto, a preferire la libertà e rifiutare incondizionatamente il confino nelle riserve.

Qualche giorno fa è stata inaugurata in South Dakota la statua più grande del mondo. La sua realizzazione – ancora incompiuta – è curata dallo scultore Korczak Ziolkowski (deceduto alcuni anni fa) e dalla sua famiglia e raffigura proprio Crazy Horse. Ruth, moglie di Korczak, ha rifiutato diverse volte un contributo statale di circa 10 milioni di dollari per il compimento dell’opera, nonostante per il suo completamento ci sia bisogno di oltre 16 milioni. Non ha potuto accettare soldi da chi, poco più di un secolo fa, ha compiuto uno dei più grandi genocidi della storia nel bel mezzo della “terra delle opportunità”, che ha comprato nel corso degli anni con sangue e oro. Nonostante rifiutando quel contributo Ruth Ziolkowski abbia probabilmente rinunciato alla sola possibilità di portare a termine il lavoro del marito, probabilmente ha fatto la scelta giusta. D’altra parte, come disse proprio Cavallo Pazzo, «non si vende la Terra sulla quale la gente cammina».

di Francesco Bevilacqua - 04/01/2010

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martedì 5 gennaio 2010

L’invasione dell’Europa

ROMA. È iniziata l’invasione dell’Europa. Ma pochi se ne sono accorti. Lungo le coste del Vecchio Continente sono sbarcate di recente e hanno preso solido piede 11.000 «specie aliene», finora sconosciute ai diversi ecosistemi europei. Oltre la metà sono piante, come il Rhododendron ponticum con i suoi fiori dai meravigliosi colori violacei. L’altra metà è composta quasi tutta da animali invertebrati (come l’ostrica giapponese Crassostrea gigas (Nella foto)), o da uccelli, (come l’anatra canadese Branta canadensis). Il 5%, infine, è costituito da vertebrati: come anfibi e rettili (una per tutti, la rana Lithobates catesbeianus) o mammiferi (uno per tutti, il coniglio Oryctolagus cuniculus).

È questa la situazione fotografata dal Delivering Alien Invasive Species Inventories for Europe (DAISIE), una grande indagine sulla cangiante biodiversità europea. Ed è una situazione preoccupante. Non solo perché l’invasione di specie che vengono da altri continenti o da altri mari causa danni monetizzabili che l’Unione europea (si veda il rapporto Towards an EU Strategy on Invasive Species pubblicato dalla Commissione di Strasburgo nel 2008) valuta in ben 10 miliardi di euro l’anno (si tratta di una sottostima: gli effetti prodotti dal 90% delle specie aliene censite, infatti, sono sconosciuti). Ma anche perché causa guasti non facilmente monetizzabili. Mettendo a soqquadro non solo le colture, terrestre e acquatiche, dell’uomo, ma anche gli ecosistemi selvaggi. Alcune di queste specie, infatti, sono invasive e conquistano rapidamente ampi territori, portando alla scomparsa di molte specie autoctone. Altre invece perturbano fortemente gli ecosistemi, determinando spesso in maniera non lineare un loro drastico riequilibrio.

Perché è in atto questa invasione è, in linea generale, nota. La causa a grana grossa va cercata nel combinato disposto dei cambiamenti climatici, delle forti pressioni antropiche su ecosistemi fuori dall’Europa, dell’aumento del volume dei trasporti e degli spostamenti – per turismo o per lavoro – degli uomini. Le cause a grana fine vanno studiate meglio, specie aliena per specie aliena.

Si possono limitare l’invasione aliena e i suoi effetti? L’Unione europea punta su una strategia di prevenzione a tre stadi: che punta sulla piena applicazione delle leggi già esistenti; su eventuali emendamenti per migliorare localmente le leggi esistenti e, infine, sulla definizione di una nuova legge quadro per affrontare in maniera organica la nuova situazione. È una strategia, tutto sommato, prudente. E il motivo sta, probabilmente, nell’opinione pubblica: solo il 2% degli europei considera l’invasione delle specie aliene una minaccia seria alla biodiversità del Vecchio Continente.

di Pietro Greco, 07/04/2009,
da greenreport.it

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