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sabato 19 dicembre 2009

Immigrati e globalizzazione


Che le ondate migratorie delle popolazioni del cosiddetto Terzo Mondo verso il cosiddetto Occidente provochino problemi colossali sia nei Paesi verso cui si dirigono, sia in quelli da cui provengono (ma questo interessa meno, anzi nulla) è fuori discussione. Lasciando pur perdere l'Italia dove il dibattito ha raggiunto livelli altissimi con una terminologia ("stronzo") che è perfettamente adeguata alla nostra società, anche negli altri Paesi occidentali
ci si guarda bene dall'affrontare, almeno concettualmente, le radici profonde del fenomeno migratorio. L'immigrazione è figlia della globalizzazione.
Questo è evidente anche a un bambino anencefalo.
Ciò che non viene mai chiarito a fondo è la natura della globalizzazione.
Si tratta dell'espansione del modello di sviluppo occidentale che, partita dall'Inghilterra a metà del XVIII secolo, ha via via invaso l'intero pianeta fino a raggiungere, nell'ultimo mezzo secolo, anche i Paesi di quello che chiamiamo Terzo Mondo.
È la nuova forma che ha assunto il colonialismo occidentale, non più militare, (salvo casi estremi di Paesi particolarmente riottosi e maleducati come l'Afghanistan) ma economico. Con conseguenze molto più devastanti di quelle che aveva provocato il colonialismo classico. Fra queste due forme di colonialismo c'è infatti una differenza sostanziale, di qualità. Il colonialismo classico, senza per questo volerlo minimamente giustificare, si limitava a conquistare territori e a rapinare materie prime di cui spesso gli indigeni non sapevano che farsi, ma poiché le comunità dei colonizzatori e dei colonizzati rimanevano separate e divise poco cambiava per questi ultimi che continuavano a vivere secondo la propria storia, tradizioni, costumi, socialità, economia.
Il colonialismo economico, invece, non conquista territori ma mercati - di cui, anche se poveri, ha estremo bisogno perché, per quanto il mondo industrializzato continui a produrre sempre nuove e meravigliose inutilità, i suoi sono sostanzialmente saturi- e per farlo deve omologare le popolazioni del Terzo Mondo alla nostra "way of life", ai nostri costumi, possibilmente anche alle nostre istituzioni, per piegarle ai nostri consumi.
Gli abitanti del Terzo Mondo diventano degli sdradicati, eccentrici rispetto alla propria stessa cultura che è finita nell'angolo e scontano una pesantissima perdita di identità.
Alcune minoranze, specialmente nel mondo islamico, si oppongono, per così dire, alla talebana a questa violenza con tutte le loro forze. Altri si rassegnano a vivere nella miseria con i materiali di risulta del mondo industrializzato, oppure migrano verso il centro dell'Impero cercandovi una vita migliore. O semplicemente una vita.
Perché il colonialismo di nuovo conio non scardina solo la loro identità ma anche le economie
di sussistenza (autoproduzione e autoconsumo) su cui quelle popolazioni avevano vissuto, e a volte prosperato, per secoli e millenni.
Privati di quel tessuto di solidarietà, familiare, comunitaria, clanica, che aveva tenuto in equilibrio il loro mondo e costituito la loro rete di protezione (così com'era stato per gli agricoltori europei prima della Rivoluzione industriale), costretti ad integrarsi nel mercato economico mondiale, quei popoli ora esportano qualcosa, ma le esportazioni non sono sufficienti a compensare il deficit alimentare che si è così venuto a creare. E quindi la fame.
Un esempio classico è l'Africa nera. Ai primi del Novecento l'Africa era alimentarmente autosufficiente. Lo era ancora, in buona sostanza (al 98%), nel 1961. Ma da quando ha cominciato ad essere aggredita dall'integrazione economica - prima era considerata un mercato del tutto marginale e poco interessante - le cose sono precipitate. L'autosufficienza è scesa all'89% nel 1971, al 78% nel 1978. Per sapere quello che è successo dopo non sono necessarie statistiche: basta guardare le immagini che ci vengono dal Continente Nero.
E tutti gli "aiuti" non solo non sono riusciti a tamponare il fenomeno della fame, in Africa e altrove, come è emerso dal recente vertice della Fao tenuto a Roma, ma lo hanno aggravato. Perché gli "aiuti" alle popolazioni del Terzo Mondo tendono ad integrarle maggiormente nel mercato economico mondiale.
Ed è proprio questa integrazione, come dimostra la storia dell'ultimo mezzo secolo, che le fa ammalare ed esplodere. Alcuni Paesi ed intellettuali del Terzo Mondo lo avevano capito per tempo. Una ventina di anni fa, all'epoca del G7 e delle sue periodiche riunioni, i sette Paesi più poveri del mondo, con alla testa l'africano Benin, organizzarono un controsummit al grido di: "Per favore, non aiutateci più!.
Oggi per i Paesi del Terzo Mondo è ormai tardi per opporsi. Sono troppo deboli, politicamente e militarmente, sfiancati, dilaniati da guerre intestine che noi abbiamo provocato.
La globalizzazione ha continuato a marciare, inesorabile. E poco importa che attualmente sia la Cina, entrata a pieno titolo nel modello di sviluppo occidentale, a menare la danza e a comprare terre grandi come province, come regioni, in Africa o in altri Paesi terzomondisti. Il risultato non cambia.
Anzi peggiora.
Se l'attuale modello di sviluppo non si arresta e continuerà a penetrare sempre più profondamente nelle realtà del Terzo Mondo lo scenario che si delinea è il seguente.
Un pugno di Paesi (o di aree geografiche) ricchissimi, ma con sperequazioni enormi al loro interno (come gli Stati Uniti) circondati da un mare di miseria e da masse sempre più imponenti di disperati che premeranno alle loro frontiere.
E verrà l'ora in cui non ci sarà legge, guardiacoste, fregate, cannoniere che potranno respingerli.
Il mare di miseria ci sommergerà.

   Massimo Fini - La Voce del Ribelle, mercoledì, dicembre 9, 2009

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1 Commenti:

  • Alle 03 feb 2015, 21:12:00 , Anonymous Anonimo ha detto...

    Fini ha capito il quadro generale.
    Sbagliando, pero', nel non considerare i fattori strutturali della nuova divisione internazionale del lavoro, mi pare.
    L'idea di un 'Occidente' privilegiato, circondato da paesi di miserabili sfruttati per estrarne materie prime..la cui trasformazione produce la ricchezza del primo, e la dannazione dei secondi, e' anacronistica.
    Oggi la ricchezza e' transnazionale, virtuale, apolide. E la diffusione della povertà estrema all'Occidente', con l'ascesa di benessere ed affluenza negli altri, smentisce la visione 'euro-usa' centrica.
    La divisione tra aree destinate allo sfruttamento, ed altre alla trasformazione, e' ugualmente sfumata, sopratutto con l'economia digitale.
    E presto nell'Europa del Sud ci sarà un costo del lavoro altrettanto basso che in paesi extraeuropei, con il precipitare del livello di reddito e qualità di vita a livelli di parecchi decenni fa.
    La spaccatura fra occidente ricco, e resto del mondo, e' destinata a saldarsi, come conseguenza di una situazione in movimento.
    Con nuovi attori internazionali alla ribalta, e il declino del vecchio equilibrio.
    Mi pare che Fini scatti l'istantanea del presente.
    Non del futuro prossimo.

     

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