Resistere, Resistere, Resistere

Resistenza alla dittatura interNazi[onalsociali]sta = Resistenza all'invasione straniera = Resistenza al genocidio del popolo italiano




sabato 26 dicembre 2009

Se Le Pen vince non è il peggiore dei nostri mali.

I successi dei neofascismo e dei verdi in Francia (e delle leghe in Italia) hanno la stessa matrice: il rifiuto per una società mondiale unica e omologata.
Nei giorni scorsi si è svolto un dibattito sulla figura di Augusto Del Noce, e Gianni Vattimo, replicando a Rocco Buttiglione, ha ricordato che uno dei postulati del pensiero del filosofo cattolico è che «il moderno... deve... considerarsi concluso e naufragato nei totalitarismi fascista e comunista».
Mi pare un'affermazione doppiamente falsa. Perché fascismo, nazismo e, in un certo senso, anche il comunismo sono stati fenomeni intimamente antimodernisti e perché, nella realtà dei fatti, il moderno ha vinto su tutta la linea: come industrialismo nella forma del capitalismo liberale. In fondo lo stesso comunismo ha perso non tanto perché totalitario, quanto perché si è dimostrato un industrialismo inefficiente.
La partita è quindi chiusa? No. L'antimodernismo è duro a morire nella misura in cui il modernismo industrialista è causa di problemi e di angosce devastanti. Se si va a ben guardare tutto ciò che c'è oggi di più vitale, come opposizione, nel mondo è, anche se non sempre in forme immediatamente riconoscibili, antimodernista: dall'islamismo, al verdismo, al localismo fino al lepenismo.
Tralasciamo l'islamismo, che involgerebbe un discorso troppo ampio, vediamo gli altri. Nel verdismo ci sono indubbiamente due anime. Una che pensa di poter conciliare sviluppo industriale e difesa dell'ambiente grazie alla ricerca di fonti di energia pulite. È un ecologismo che mente a se stesso, o quantomeno si illude, perché qualsiasi energia immessa nell'ambiente nelle quantità di scala necessaria allo sviluppo ha, prima o poi, contraccolpi rovinosi. Tutta la storia della tecnologia è lì a ricordarcelo.
Ma esiste un ecologismo "fondamentalista", il quale propugna l'autoconsumo e l'autolimitazione produttiva, che è invece esplicitamente antindustrialista e antimodernista.
In quanto al lepenismo è antimodernista sia perché respinge nelle forme brutali del razzismo, il melting pot (la società multirazziale) che è uno dei pilastri del globalismo industriale, sia perché reagisce a un fenomeno, l'immigrazione selvaggia, che è il prodotto (anche se il lepenista non lo sa o finge di non saperlo) delle devastazioni economiche, ambientali, culturali, emotive che questo stesso globalismo ha provocato nei paesi del Terzo mondo.
Ma anche nel localismo, o per meglio dire nella rinascita delle "piccole patrie", che scuote il mondo (dal Quebec alla Scozia al Tatarstan alla Moldavia alla Slovacchia alla Corsica fino alle nostre leghe) è insita una logica potenzialmente antindustrialista. Se infatti l'essenza del localismo è la ricerca di identità e di radici come reazioni agli effetti omologanti provocati dal totalizzante modello industriale, esso, se non vuole ridursi a puro formalismo, può realizzarsi solo rifiutando la standardizzazione portata dal mercato mondiale e quindi ritornando a forme di autarchia, di protezionismo, di autoconsumo.
C'è un localismo che ne è consapevole, come l'ultimo indipendentismo in corso, che non a caso si mescola con l'ambientalismo, la cui proposizione di fondo suona: autonomia è sviluppo secondo le nostre tradizioni e se questo significa meno sviluppo noi lo accettiamo. Cosa di cui non sembra rendersi conto l'industriale leghista di Varese che si difende da ogni contaminazione esterna, ma strillerebbe come una gallina spennata se gli dicessero che, per lo stesso motivo, deve sbaraccare la fabbrichetta che ha impiantato in qualche paese del Terzo mondo.
Dallo scontro di queste forze centripete e centrifughe dipende il nostro futuro. Se vincono le prime si va verso uno Stato mondiale, un unico gigantesco mercato, e una società iperindustrializzata e omologata in cui spariranno specificità, tradizioni, culture, linguaggi; se vincono le seconde si torna a un mondo frantumato.
Tutte le persone perbene sono per la prima ipotesi. Io penso invece che ci si debba augurare la seconda. Se non altro perché il mondo non può continuare sulla strada delle crescite esponenziali, pena la catastrofe. Un localismo coerente sarebbe un modo graduale, ragionato, non autoritario, per ridurre lo sviluppo e armonizzarlo con le specifiche realtà. Altrimenti, come sempre, sarà la natura a decidere per noi.
          Massimo Fini - La Voce del Ribelle, mercoledì, dicembre 23, 2009 at 15:45

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